ARTICOLI GABRY FOGLI










NON SEI QUI PER CASO...LO SAI?


Buongiorno a te che leggi e che, se non lo sai, non sei qui per caso.
La tua vita e la mia si sono incrociate perchè così è scritto nel libro dell'Universo e che tu ci creda o no, poco importa. Ma se ti sei sempre sentito diverso, se ti sei sempre posto delle domande a cui non hai trovato risposta, se ti senti alieno a questa società e a questo modo di pensare allora, ripeto, NON SEI QUI PER CASO.
Probabilmente non ci incontreremo mai, se così dovrà essere, o forse potremmo avere la grande gioia di conoscerci di persona, ma non è rilevante che ci vediamo, quanto, invece, che interagiamo, unendo le nostre forze per un mondo migliore, perchè solo migliorando noi stessi potremo contribuire al vero cambiamento.
Tutto oggi è in fermento, stiamo vivendo un momento di transizione molto importante, un'epoca sta finendo e il nuovo paradigma deve installarsi, ma questo non avviene senza aggiustamenti vari e senza dolore. Se ti guardi intorno puoi osservare come tutto sta celermente modificandosi, quello che prima era un punto fermo ora non lo è più, e altri prenderanno il suo posto, ma se è semplice il fenomeno, questo non significa che sia facile perchè quando si scardinano le certezze tutto intorno sembra crollare e ci sentiamo la terra mancare sotto ai piedi.
Benvenuto viandante, se vuoi, se ti va, potremo percorrere un tratto di strada insieme.
Ci stai? Fammelo sapere.
Gabry Fogli







RIFLESSIONI SEMISERIE DI UNA CASALINGA SERENA


 

RIFLESSIONI SEMISERIE DI UNA CASALINGA SERENA

Oggi stavo leggendo un articolo sul cambiamento del mondo delle donne dal '68 a oggi, un articolo molto interessante anche perchè andava a toccare dei punti nevralgici per noi donne riguardanti i cambiamenti, se ci sono stati, e i benefici, se ci sono stati.
In effetti sono tornata indietro di tanti anni con la mente, all'epoca avevo 14 anni, piena adolescenza, periodo di ribellione a tutti e a tutti.
Manifestazioni, cori, proteste, ma oggi, cosa è rimasta o noi donne? Dove e come ci ha portato ad essere quelle che siamo?
Abbiamo guadagnato qualcosa e nel caso, cosa, o ci abbiamo rimesso?
Leggendo le cronache dei giornali la situazione è terribile, ogni giorno vengono immolate donne sull'altare della violenza, donne che si sono macchiate del più odioso dei peccati. Hanno detto "BASTA" AD UNA VITA DI VIOLENZE, a un amore finito, a un rapporto sbagliato. Donne, ma anche ragazze colpevoli solo di essersi innamorate del ragazzo sbagliato, magari di un'altra nazionalità. Mi viene in mente il padre che ha ucciso a bastonate la figlia perchè si era innamorata di un ragazzo italiano. In certi Paesi nascere donne è una disgrazia a causa di un fondamentalismo abietto e ignorante delle più elementari regole di rispetto civile.
Un padre...per quanto poco rispetto possa avere per il genere femminile quella che colpisci ogni volta spezzandole le ossa una ad una è tua figlia, sangue del tuo sangue, ma quello versato è un sangue di odio e non d'amore.
Storie sbagliate, orrori vissuti nel silenzio interrotti dalle grida di terrore e dolore di pugni, cinghiate e quant'altro possa servire per spezzare la resistenza.
Acidi a cancellare visi sorridenti per trasformarli in orrende maschere con il marchio da portare per tutta la vita.
E la nostra società "civile" che fa per noi donne? Abbiamo guadagnato il diritto al lavoro, cioè a lavorare due volte perchè quello che potresti fare durante il giorno lo devi condensare in poche ore alla sera e nei fine settimana, a volte passati a stirare montagne di panni.
Donne che si alzano presto, preparano la colazione per tutti e poi vanno a svegliare marito e cuccioli e via di corsa verso la scuola e poi il lavoro. E alla fine del tuo turno il giro all'incontrario: ritiro dei bambini dall'asilo/scuola, portarli agli allenamenti, nel frattempo fare la spesa, poi andare a recuperarli e tutti a casa, bagnetto,. compiti se ci sono, cena da preparare, cucina da riordinare, lavatrice da preparare ed accendere, lavastoviglie, se c'è, da svuotare per ricaricarla nuovamente, ma tutto non ci sta e si lavano a mano le padelle incrostate ed unte con l'ultimo sgrassatore di grido, quello che lo spruzzi e fa tutto da solo. Ma...allora...dov'è la famiglia del mulino bianco?
Quella dove tutti si svegliano senza mugugni e grugniti, quella dove le mamme fanno pulizia con i tacchi alti e non con i capelli tenuti su dal mollettone e una tuta da casa  che è più buco che tuta, informe e di taglia abbondante così è più comoda. E le ciabatte? Nooooooooooooooo, orrore........solo le chiattone mettono le ciabatte, tutte le altre scarpe tacco 20 e calze a rete (questa è la fantasia maschile della moglie che gira sculettando per la casa, tutta truccata e profumata per poi "farlo" sulla lavatrice che sbatte contro il muro: bum bum bum....finito. E' stato bello? Ceeeeerto micione mio, sei fantasticooooo!!!!!!!
 La realtà è che la sera sei stremata, le pantofole con le orecchie di Topolino sono tanto comode così come il pigiamone di lana/cotone (sai, per l'allergia!). Se è venerdì sera si fa bum bum bum tre volte e il resto è come sopra, solo che lei al secondo bum sta già guardando il soffitto e pensando a cosa dovrà fare domani. La domanda lui ha smesso di farla dopo che lei gli ha risposto che con soli tre "bum" non faceva nemmeno in tempo a mettere in moto la macchina biologica, lui ha risposto che la colpa è sua perchè è sempre stanca e tra una volta e l'altra deve togliere le ragnatele.
Caspita, ne abbiamo fatti di progressi ! Lavoriamo due volte di più, ci esauriamo molto prima, siamo obbligate ad esporre sempre una immagine falsa perchè, se sei naturale, le tue "colleghe" e amiche te lo fanno notare e poi tu sei meglio di loro, certo, per tenere su il deretano indossi i collant speciali, per tenere su il seno ricorri al balconcino con tutti i fiori compresi, per far sparire la pancia la pancera magica, per allungare le ciglia c'è il mascare che a forza di aggiungere peli finti ti costringe a infilare due stuzzicadenti per tenere su le palpebre; i capelli non ti sono cresciuti miracolosamente, sono frutto del lavoro del tuo parrucchiere e di un sostanzioso compenso, le unghie perfette sono anche loro una aggiunta della manicure e della sua esperienza, poi le scarpe con i tacchi perchè allungano le gambe  che alla sera sono così gonfie che quasi non riesci a sfilarle dal piede, ma non ci rinunci manco morta.
I tuoi figli sono vestiti con i marchi più in voga del momento, dallo zaino alle scarpe, fanno almeno 1 sport e una lezione di musica fino a quando ti arrendi perchè di progressi non ne vedi e finalmente ti rendi conto che tu avresti voluto suonare il pianoforte, ma tuo figlio ha la manualità di un contadino quando zappa l'orto, ma il contadino dall'orto trae dei miracoli di vita, tuo figlio o figlia dal pianoforte trae gli stessi stimoli sonori di quando pesti inavvertitamente la coda al gatto.
Ovviamente ho esagerato per spezzare volontariamente il clima di dolore che crea il femminicidio, ma non sarà che questo nasce anche nelle aspettative deluse e irreali del maschio dominante? Inoltre ho lavorato per 15 anni in un ufficio ed ho conosciuto decine di donne che "se la tiravano" e flirtavano sfacciatamente con i rappresentanti e con il nostro capo. Donne "in carriera" dove "in carriera non significa farsi in quattro per arrivare dove un uomo arriva lavorando alacremente, e ne esistono tante di donne così, brave, molto più dei loro colleghi, ma costrette a mangiare la polvere. In carriera, per alcune, significa entrare nelle "grazie" dei colleghi e dei superiori e questo disonora tutte quelle donne che lavorano quanto e più di un uomo e non guadagnano la stessa paga, se vogliono dei figli hanno la carriera preclusa, perchè mettere al mondo dei figli, in questa società, è avere una palla al piede.
Quindi tante scelgono di rimandare il momento della maternità ai limiti biologici e poi lo vogliono subito, e subito non arriva. Quindi ci si sottopone a pratiche discutibili dal punto di vista etico.
Non sono qui per condannare nessuno, non è il mio compito. Però posso dire il mio pensiero ed è che ogni età ha le sue stagioni e certi treni passano solo in un determinato periodo, poi rallentano fino a non passare più.
Stiamo vivendo tempi difficili ed oggi, alla maternità, si aggiunge una ulteriore difficoltà: il cambiamento dei tempi ha portato a contratti a termine e non puoi permetterti una gravidanza fino a quando non hai un contratto fisso, Chi assume una donna incinta? Chi rinnova un contratto ad una donna incinta? Si fa presto a dire che le nascite sono diminuite. Certo, una parte di responsabilità l'hanno alcune donne, ma, per tante, troppe, è una questione di scelte obbligata. O il figlio o il lavoro, e se non lavori non ce la fai con un solo stipendio, quello di tuo marito che magari è a contratto pure lui.
Oggi, a distanza di 45 anni dalla rivoluzione femminile e dal tempo in cui si bruciavano i reggiseni in piazza guardiamo oggettivamente a qual'è, oggi, la situazione femminile: niente o poche politiche per la famiglia, maternità rimandate per lavoro, impossibilità di scegliere se lavorare o stare a casa con la propria famiglia, traffico di schiave umane del sesso, vendita di bambini in tutto il mondo per pedofilia, predazione organi e quant'altro. Femminicidio in aumento considerevole, violenze indipendentemente dalla classe sociale, lavoro malpagato e sottosviluppato, pochissime probabilità di occupare posti dirigenziali a meno di non diventare delle caricature maschili molto più perfide dei maschi stessi. Sviluppo della chirurgia estetica per inseguire il mito dell'eterna giovinezza e non accettazione della propria età anagrafica. Nonne che si vestono come le nipoti, nonne che vogliono diventare mamme, mamme che faticano e lavorano due volte per riuscire ad arrivare a fine mese,
Il mondo è impazzito. Sta girando al contrario. Non si insegna più il rispetto per il più debole, per l'anziano,  per il disabile, non si parla di malattia o, orrore, di morte. Genitori abbandonati negli ospizi perchè manca la possibilità materiale di ospitarli, case piccole, impegni di lavoro. Non è cattiveria, è proprio che questa Società non ti consente di vivere a ritmi umani, ci ha trasformati in robot incapaci di provare sentimenti, perchè se lasci affiorare i sentimenti sei fregato. Ed ecco che silente è arrivata la malattia del secolo: la depressione. Quando non ce la fai più cerchi rifugio nella depressione, nel baratro del nulla dove rifiuti tutto e tutti, dove provi paura, ma anche abulia contro un sistema che ti chiede di essere iper-attiva tu stacchi la spina.
E giaci, bambola abbandonata, nell'inferno del profondo e del vuoto della tua anima.
Coraggio, questo mondo è sbagliato, ma lo abbiamo costruito noi, la responsabilità è nostra. E forse è proprio quando te ne rendi conto che può avere inizio la guarigione. Con l'assunzione delle nostre responsabilità, ma anche con l'entrare in contatto con il nostro bambino interiore, quella parte che abbiamo trascurato per troppo tempo e che ora ci ricorda che esiste.
Il bruco, nel silenzio del proprio bozzolo, diventa farfalla.
Gabry Fogli 






  






 


HO UN SOGNO

Ho un sogno. Si, anche io coltivo un sogno, anzi, ne coltivo molti, ma questo è il più grande di tutti. Non è un sogno personale, non riguarda le finanze, i viaggi o quant’altro.
No. E’ un sogno più grande, un sogno che non ha prezzo.

Questo sogno si chiama GIUSTIZIA SOCIALE.

Non nasce dal nulla, non è la solita frase fatta che tanti oratori ben più dotati di me hanno già ampiamente trattato con dovizia di frasi e particolarmente in campagna elettorale per la corsa all’accaparramento di voti.

Ho un sogno, un sogno che nasce dal cuore, un sogno che nasce dal dolore vissuto attimo per attimo sulla mia pelle e su quella di milioni di persone silenziose che con dignità vivono il proprio disagio nel silenzio, quasi a doversi scusare, quasi a sentirsi un peso.
Già, perché noi siamo socialmente inutili, siamo mantenuti dallo stato (???) e pesiamo sulle casse sempre in deficit delle aziende sanitarie.

Avete compreso di chi parlo, vero? Parlo di un esercito di esseri umani allo sbaraglio, di famiglie disorientate e spaventate , ripiegate su sé stesse, dramma nel dramma.

Di figli che saranno privati del padre o della mamma, di genitori che assistono bambini con gravissime malformazioni, disposti a tutto pur di riuscire a far qualcosa per avere la possibilità di sentire la manima del loro figlioletto che stringe la loro, o la sua vocina che li chiama per nome, genitori che ipotecano tutto ciò che hanno ed anche ciò che non hanno, che raccolgono soldi attraverso appelli per affrontare i cosiddetti “viaggi della speranza” che ben poche volte portano a qualche piccolo risultato.

Sto parlando di anziani che vedo rovistare nei cassonetti del supermercato la sera alla chiusura, ricercando qualche prodotto scaduto o un po’ di verdura, poco importa se è stato chiuso tutto il giorno sotto il sole, o che vanno al mercato quando chiude a raccogliere gli scarti per terra o a portare via con poco un po’ più di frutta e carichi e curvi sotto il peso dei sacchetti, degli anni e delle umiliazioni si avviano verso casa.

Sto parlando di giovani che non hanno un futuro, che sono stati privati della possibilità di guardare con occhi fiduciosi al domani, alla possibilità di mantenersi economicamente e di formare una famiglia, e chi ha già una famiglia non sa mai se riuscirà a pagare l’affitto il mese successivo perché l’interinale non gli rinnova il contratto.

Sto parlando di giovani donne che non possono scegliere di diventare madri fino a quando hanno un impiego a termine perché sanno già che non gli verrebbe rinnovato ed anche perché i bambini costano ed hanno tante necessità, i pannolini e il latte in polvere hanno prezzi proibitivi e i cuccioli d’uomo diventano grandi in fretta ed occorre rinnovare il loro guardaroba continuamente.

Sto pensando alle mamme che se vogliono lavorare devono ricorrere all’asilo nido che praticamente gli decurta lo stipendio a metà e che corrono come pazze per arrivare al termine della giornata sfinite, stanche, con l’unico desiderio di potersi coricare.

Sto pensando a tanti padri di famiglia che arrivati ai 50anni perdono il posto di lavoro e sanno che è quasi impossibile trovarne un altro e sono mortificati e lesi nella loro dignità perché incapaci di mantenere la propria famiglia ed a volte arrivano persino al suicidio tanto grande è la rabbia che accompagna il senso di impotenza e di fallimento.

Sto parlando della libertà di espressione, e non dell’indirizzo del mondo verso un nuovo Ordine Mondiale, dove i molti sono asserviti ai pochi, dove l’informazione è pilotata, dove povero viene contrapposto al povero, il nord al sud, il bianco al nero, i giovani agli anziani, gli ebrei ai musulmani ed ai cattolici e viceversa.

Sto parlando di un mondo senza la schiavitù della droga che ottenebra le menti e tiene in scacco e sotto controllo la popolazione, e senza la schiavitù in generale, l’orrore nell’orrore del traffico di esseri umani e di organi, di bambini e donne venduti come oggetti senza anima, senza sentimenti, senza affetti.

Sto parlando di un mondo dove l’infanzia è tutelata, protetta, amata e non violentata, sfruttata, picchiata per i lascivi godimenti di porci schifosi che alimentano i traffici della prostituzione dei bambini, ma anche delle donne in generale.

Sto parlando di un mondo senza la violenza che sta crescendo come un’ombra gigantesca che ingloba tutto e tutti.

Sto parlando di un mondo che non c’è perché ci siamo venduti l’anima al diavolo per trenta denari, perché siamo diventati meschini ed abbiamo imparato a volere, ad avere ed a pretendere sempre di più.

Ho un sogno.

Ma credo in questo sogno e so che ci sono tanti uomini e donne che, come me sognano la Giustizia Sociale.

Allora domando a questi uomini ed a queste donne di farsi vivi, di far sentire la loro voce, affinchè sovrasti il boato del vuoto, domando di avere il coraggio di agire perché è solo quel coraggio che ci ridarà Voce, è solo il coraggio che ci renderà la dignità di essere Uomini e Donne degni di questo nome.

Non importa qual è la vostra fede politica, importa ciò in cui credete.

La Giustizia, come il dolore, non conosce distinzioni, ci accomuna tutti per ciò che siamo.
Per me, che sono credente, figli dello stesso Padre.

Ho un sogno.

Lo realizziamo insieme?

Gabriella Fogli.
 
A VOLTE CAPITA….
A volte capita..a volte capita nel mare della vita di veder affiorare un’onda diversa…sei lì, seduto sulla battigia ed osservi l’infinito, armonico, continuo, incessante avvicendarsi delle onde sulla spiaggia…le vedi incresparsi nascendo dal nulla, tutto un ribollire di vita che infonde gioia quando è piccola e docile e invece ti incute serio timore quando la vedi crescere crescere crescere e travolgere tutto con la sua potenza distruttiva.
E poi, inevitabilmente, per quanto abbia potuto essere alta, imponente, potente, forte e distruttiva, andrà a ricongiungersi all’altra piccola e vivacemente increspata che quando sei bambino salti tra mille gridolini di gioia e sprizzi dappertutto…felice di sentire i piedini che alzano l’acqua bagnando la mamma ed il papà che gridano per l’acqua fredda che li colpisce, ma è l’unico momento in cui sei autorizzato a bagnarli senza paura di essere sgridato. Ma l’ondicella giocosa del bambino e la potente e paurosa della distruzione si riverseranno tutte e due nello stesso infinito mare che non sai donde viene e donde va, e di cui non conosci le profondità austere e vertiginose degli immensi fondali che diventano sempre più bui e “pressanti” man mano che ti spingi verso il fondo.
A volte capita nel mare della vita di incontrare delle persone di cui non sai nulla se non quattro scarne notizie che ti guardano dalle pagine di una fredda schermata, le vedi nascere dal nulla e istintivamente provi una sensazione di piacevole ri-conoscere, come se stessi incontrando un amico che hai lasciato da tanto tempo, ma che, in quel momento, è come se si annullasse il tempo e lo spazio e lo avessi lasciato giusto il tempo di andare a lavorare per poi ritrovarsi al bar a prendere un aperitivo insieme prima di cena.
Quando questo avviene per me è sempre un mistero e una gioia, come la gioia che prova il bimbo nel battere con i piedini l’onda schizzando l’acqua e l’onda gioca con lui prima di ricongiungersi all’oceano dove papà Poseidone la sta aspettando.
Dietro di loro l’invidioso fratello cavallone è pronto a ghermirli con la sua potenza distruttiva fatta di malattia, dolore, speranze e delusioni e tu cerchi di scappare disperatamente per non farti soverchiare da quella forza terribile che non puoi assolutamente vincere con le tue forze, sei già sconfitto in partenza.
E tu corri, e corri a perdifiato, ma la sua ombra diventa sempre più alta e cresce in potenza e prende forza sempre di più, sempre di più, sempre di più…non c’è nessuno ad aiutarti, ci siete solo voi due con lo stesso panico, lo stesso terrore negli occhi, la paura profonda che provi davanti al mistero della morte.
Eppure la piccola onda ed il grande terribile cavallone sono figli dello stesso Padre e nascono dal grembo sempre fecondo della stessa madre e rientrano in questo ventre e non li distingui più, non sai, non comprendi dov’è il punto di demarcazione perché non c’è un punto di demarcazione. Nell’Oceano infinito della Vita bene e male non esistono, è solo quando si differenziano che assumono una connotazione che “pare” sia diversa, ma in realtà sono due aspetti dell’Unico Infinito Presente.
Che strano…ora mi sovviene che tanti anni fa sentivo pronunciare questa frase da una persona che ho conosciuto e che ora ha attraversato il velo, ma solo oggi realizzo che cosa mi diceva allora..
A te che leggi e che ti sarai riconosciuto/a in questa nota sappi che la tenerezza, l’emozione di commuoversi per l’affetto di un animale o per l’ingiustizia perpetuata ai danni di un bambino, che ti soffermi ancora ad ascoltare il chiacchiericcio del fiume o ti incanti davanti alla meraviglia della natura, ricorda che questo significa VIVERE, significa ESSERCI come attore e non solo come spettatore, significa che il dolore non ti ha reso/a arido/a, significa che l’Ombra che ognuno di noi porta dentro e che corrisponde a quell’onda gigantesca che ti sovrasta e spazza via se opponi resistenza, ha perso su di te questo potere perché con l’Amore, quello che va oltre, sei riuscito a cavalcarla quell’onda, anche se subito ti ha buttato giù e poi ti ha risollevato.
Ricordo sempre quando mi veniva detto: fatti canna, fatti canna…ti piegherai, ma non ti spezzerai…beh, a parte che per me è un po’ difficile farmi canna, casomai mi faccio canneto e non se ne parla più, ho pensato che anche veder ondeggiare un canneto ha il suo fascino…
Emmmm…c’è anche un’altra piccola nota..che però ha i suoi vantaggi…il cavallone, quello là brutto e pauroso, quando vede me….torna indietro.
Si, lo giuro. Si rifiuta di sollevarmi. Uno perché ho un peso certo non da fuscello, caso mai da baobab, e due perché con il carattere che mi ritrovo ci sarei stata a discutere fino a che il cavallone si sarebbe suicidato…fonti del Mossad riferiscono di averlo visto dalle parti del Mar Morto.
Ok, ora conoscete il mio piccolo segreto, ma non ditelo a nessuno, mi raccomando….
Spero di aver strappato un sorriso perché anche sapersi prendere un po’ in giro (non giro-vita) fa bene alla pelle, spiana le rughe e ti fa rendere conto che in fondo sei una persona fortunata perché al di là del dolore fisico, della malattia e delle avversità che la Vita reca con sé sono attorniata da persone che mi amano, in primis i miei cari.
E quale donna è così fortunata da avere un marito che pur di portarla in giro si fa scendere l’ernia fino ai talloni?
Meditate gente, meditate.
Gabriella Fogli
 

Accettare o no la malattia ?

Prendo a prestito un aforisma pubblicato oggi che recita così:
"Se hai superato grandi dolori e sei ancora in vita, vuol dire che sei sempre stato più grande dei tuoi dolori".

E' argomento di dibattito con un recente amico che, a proposito dell'aforisma, mi ha scritto: i dolori ci servono per capire che siamo vivi, ci si può convivere, si devono combattere, ma accettarli NO, con il NO scritto grande a sottolineare con forza il proprio pensiero.

Mi permetto di dissentire su quel NO imponente, grande, deciso, e lo faccio dal mio punto di vista, quello di una persona gravemente ammalata, che da qualche anno dimora sull'isola della sofferenza circondata dal mare dell'intolleranza ed a volte anche dell'indifferenza.

Non starò qui ad elencare un numero elevato di patologie, non è questo il punto.

Con rassegnazione mi lascio aiutare, e confesso anche con umiliazione perchè quella di oggi NON E' PIU' la donna che mio marito ha sposato...ogni giorno compio una scelta e rinnovo una promessa; scelta e promessa coincidono perchè HO SCELTO di accettare la malattia e promesso di mettere al servizio del prossimo tutto ciò che imparo sperando possa essere utile a chi, come me, risiede in quell'isola...

Se ci rifiutiamo di accettare lo stato di malattia, inevitabilmente nasce risentimento, rabbia, ci si domanda "perchè io" e non, ad esempio, un delinquente.

Queste domande non possono trovare una risposta logica, la possiamo solo cercare nei meandri della Fede, ma in quella che io chiamo una Fede Viva, vissuta, e non subita, il che è ben diverso se ci presti attenzione.

Ho sempre ricercato delle risposte ai grandi "Perchè" della Vita elaborando una teoria personale frutto dell'esperienza fino ad allora accumulata. Ma erano parole, pensieri, riflessioni, mancava la "pratica". E' facile, quando sei in salute, dire ad un malato di "accettare" e di "amare" la propria malattia, ma come può crederti? Che ne sai tu ? E mi sono resa conto che in effetti si parla troppo spesso a vanvera, senza offrire veramente un supporto psicologico. Tendiamo una mano, ma l'altro non la afferra perchè quasi mai ci crede, non capta nella nostra voce il suono del cuore, dell'Anima. Ma se chi ti tende una mano è una persona che come te conosce il dolore, la perdita, l'umiliazione, l'incomprensione, allora cambia il modo in cui ti ascolta, anzi, a volte basta poco, molto poco per fargli comprendere che ci sei e ci sarai per qualsiasi cosa.

Ho trovato nell'accettazione la forza di andare avanti.

Ho trovato nel dolore la coscienza di quanto è preziosa la famiglia, più di tutto.

E nell'accettare sorella malattia, compagna gelosa che mi segue sempre, ho trovato la serenità. E scherzo con i miei nipotini dicendo loro di non schiacciare le dita alla nonna perchè sono fragili e loro fanno attenzione.

Il più grande, che ha nove anni ed ha già conosciuto la perdita di un nonno, mi ha detto che non vuole che io muoia. Allora gli ho ricordato che quando si va in cielo si accende una stella e lui deve cercare quella più grande perchè, nel caso dovessi partire, mi servirà un posto bello capiente perchè sono ingombrante e quindi sarà facile trovarmi, così ogni sera ci guarderemo e solo noi sapremo che quella stella che brilla più luminosa è una nonna che sta salutando il suo nipotino. Ma c'è tempo, gli ho risposto, almeno lo spero !

Ringrazio l'amico della sua risposta chè mi ha dato l'opportunità di chiarire il perchè di una scelta non facile da comprendere, ma in cui credo fermamente.

Giusto? Sbagliato? Non lo so, e, onestamente, non mi interessa. Sono in pace.

A volte piango per il male, non mi vergogno a dirlo, ma mai una sola volta ho domandato che mi venisse tolto. Se devo bere questo calice, lo berrò fino alla fine.

Spero tanto che dentro ci siano anche pane e nutella.


Gabry Fogli




DI ANGELI DALLE ALI SPEZZATE

Ci sono Angeli che entrano nella nostra vita e nemmeno ne siamo consapevoli. Non li conosci, non sai che viso hanno, eppure vivono come te in questa dimensione, hanno amato, hanno sofferto come te e forse più di te perchè a volte certe sofferenze dell'Anima ti prendono come un artiglio che ti arpiona  dentro le viscere e ti fanno star male, così male che vivere diventa quasi insostenibile.
Angeli dalle ali spezzate che non riescono più a volare perché feriti inesorabilmente dalla Vita stessa, e proprio per questo ancora più Autentici degli angioletti rosa sulla nuvola immersi in una realtà che si nutre dei sogni di chi è scollegato dalla Vita stessa.

Tutto questo preambolo, forse anche noioso, è solo per un motivo...rendere grazie e Onore a degli Angeli che forse la Società "moralista" condannerebbe, perché sono Angeli che prima di slanciarsi in volo verso l'alto hanno dovuto prendere la rincorsa scendendo nel profondo degli abissi dove hanno sofferto le pene dell'Inferno".
Questi Angeli "riconoscono" e "sentono il Cuore, lo percepiscono, forse non ne sono nemmeno consapevoli, ma danno senza domandare, vivono, piangono, soffrono e tendono la mano, non la ritirano. Vi ricordate Gesù, Gesù che non rispondeva ai Sacerdoti del Tempio, che non rispettava le loro leggi, che tese la mano alla prostituta, al lebbroso, a chi era "scartato" dalle autorità religiose del tempo. Che gran dispettoso  questo Gesù, che rivoluzionario per l'Epoca...pur restando all'Interno della Tradizione, scardinava ciò che riteneva  obsoleto, ponendo gli uomini davanti alle proprie incoerenze. Vi ricordate quando disse: chi è senza peccato scagli la prima pietra? Le mani che erano pronte a lanciare si dovettero ritirare una ad una, perchè NESSUNO è mondo a tal punto, NESSUNO. Nemmeno tu, io, loro, noi tutti, NESSUNO. E dei dieci comandamenti di Mosè? Lui disse che portava un comandamento solo: "Amatevi l'un l'altro". Semplice. E difficile, tremendamente difficile Signore. A me per prima riesce difficile, oggi in tempi di Pensiero Positivo in cui si ama tutto e tutti, non ci riesco, Padre. Non mi prendo in giro e, soprattutto, non prendo in giro Te. Sono onesta...mi riesce difficile Amare, sì, Amare con la A maiuscola. Cioè senza aspettative, senza rimpianti, senza domande, senza risposte...Mi dico ama la Terra, ma non riesco a fare a meno del cellulare che per funzionare necessita di antenne deturpanti e che emettono onde elettromagnetiche. Mi dico ama il tuo prossimo, ma quando leggo l'invito alla cena con il Ministro tal dei tali che mi chiama solo per promuoversi alle elezioni mi verrebbe voglia di fargli mangiare il suo invito. O quando l'assessore fa finta di non leggere le mail che invio o quando un sindaco tace davanti a un bambino e ad una famiglia che soffre ed è alla fame, Padre, proprio non ci riesco ad amarlo. Perchè a volte basterebbe una parola, un gesto di solidarietà e si risparmierebbero tante sofferenze, e non siamo sempre capaci di farlo quel gesto, riusciamo a portare rancore ad un fratello per una vita e non andare neanche al suo funerale. Però non manchiamo a messa alla domenica.
Perdonami Padre, ma mi piacerebbe tanto prendere una palla da bowling e giocare con loro, fare stryke, centro, tutti giù per terra. Ma poi penso: chi non ha sbagliato scagli la prima pietra...e allora no, non posso farlo, perche per prima manco a volte del gesto, dell'attenzione, della considerazione.
E quindi....siamo tutti sulla stessa barca, chi rema, chi comanda, chi cucina, chi sta al timone, chi ammaina le vele, chi tira su le reti. chi si occupa della cambusa e chi  prende il sole sul ponte con un bicchiere di bibita fresca in mano mentre tu sudi sotto il sole. Così è la vita, un film, un teatro, dove ognuno di noi è attore e si è scelto una parte. Tutti indossiamo una maschera, l'importante è esserne consapevoli.
Dimenticavo: grazie ai miei angeli protettori, voi avete compreso di che sto parlando... 






Arianna

Gabry


Sono madre, madre di tre figli, e questa sera riflettevo sulla
definizione di "legame" tra madre e figlio...Legame, certo...tutti
sappiamo che il bimbo, dentro l'utero, è "legato" al corpo della
madre e vive in sintonia con lei attraverso il cordone
ombelicale...il primo legame...quindi ci affacciamo alla vita e già
siamo uniti a qualcuno..nasciamo e siamo completamente incapaci di
accudire noi stessi ed abbiamo necessità di chi si prenderà cura di
noi in tutto e per tutto, fino a quando potremo provvedere da soli a
noi stessi...prima dipendiamo dai genitori, poi reclamiamo la nostra
indipendenza e passiamo subito a cercare un altro legame, un altro
rapporto, e lo troviamo nel compagno, compagna...questo mi ricorda il
mito di Teseo..come potè Teseo sconfiggere il Minotauro ed uscire
incolume dal labirinto? Potè farlo perchè aveva un legame, e ciò
dovrebbe farci riflettere sul fatto che se non abbiamo un rapporto
non siamo in grado di compiere nessuna azione. Il legame rappresenta
la possibilità di conoscere ed affrontare il mondo, ci apre
all'esistenza e ci mostra la realtà in tutta la sua drammaticità.
Teseo si offre volontariamente di entrare nel labirinto, ed inizia a
percorrere quel cammino difficile che viene chiamato "Iniziazione",
un percorso accidentato, doloroso, arduo, che ci chiede di
diventare "eroi", di vivere la nostra leggenda personale. I miti ed i
riti iniziatici preparano ad una nuova nascita, ma questa volta essa
non sarà fisica. Il momento del parto ci impegna nel nostro primo
viaggio, che compiremo soli, ma collegati da un filo, il cordone
ombelicale, alla fonte di vita. Teseo Affronta da solo il Minotauro,
anzi, va volontariamente a cercarlo e lo sconfigge. Ma riuscirà a
salvarsi ed uscire incolume dal labirinto solo grazie ad un legame,
ad un filo, che reggeva Arianna...il femminile...L'impresa più grande
che un Uomo si trova a dover affrontare è comprendere il senso delle
cose e ad attribuire agli eventi il giusto valore ed il giusto
significato. Nel labirinto si vive la dimensione della solitudine
come in ogni momento cruciale della nostra vita, ma quando c'è un
legame tutto può essere vissuto in maniera differente e darci la
forza per affrontare l'ignoto e ciò che ci spaventa. Il nostro filo
di Arianna...
Gabry




Il diavolo. Che cos'è secondo la concezione Teosofica
di Gabriella Fogli


 
L'immagine del diavolo, sulla quale tanto insiste la Chiesa, suscita sempre una attenzione quasi morbosa di interesse da parte del pubblico in quanto a questo personaggio indubbiamente sinistro si attribuiscono tutti i misfatti che avvengono nel mondo e da qui deriva la necessità di conoscere meglio questa emblematica figura e ciò che rappresenta, anche in considerazione del fatto che i cosiddetti "esperti qualificati", a parer mio, più che portare chiarezza alimentano una atavica paura continuando a rendere l'Uomo dipendente da cause esterne e non ad assumersi le proprie responsabilità. Eppure la comprensione del diabolismo in genere e del male che ne consegue è estremamente importante in quanto la sua influenza costituisce un pericolo sociale che reca aberrazioni patologiche e criminali anche di carattere collettivo oltre che individuale. Secondo la tesi Cristiana il Diavolo è uno spirito ostile a Dio di cui però Dio stesso è autore, ma soltanto nel senso che, pur potendo impedirlo, gli permette di esistere (Isa. xlv, 7; I°Re xxii,22); è però posto sotto il suo dominio e servo dei suoi propositi (Prov. xvi,4). Dio alla fine eliminerà l'influenza del Diavolo, riducendo tutto in ordine perfetto attuando la suprema rettitudine (Rom.ix, 22-23). La concezione panteistica invece considera il bene ed il male come due diverse manifestazioni dell'Unico Principio Originale. Questa è la tesi della filosofia religiosa dell'India e dei filosofi moderni che si ispirano a Spinoza. La teoria dualistica del bene e del male e, quindi, degli spiriti buoni e cattivi, risale alla più remota antichità ed è presente in tutte le culture primitive, ad esempio la ritroviamo nella Persia antica in cui si insegnava che l'universo, sin dalle sue origini, venne creato da due forze antagoniste Ormuzd e Ahrimane (luce e tenebre) e quest'ultimo era destinato a sparire alla fine dei tempi. Nella dottrina gnostica dell'Hylismo si afferma che il Principio del male è coesistente dall'eternità con Dio. Il medesimo concetto lo ebbero gli gnostici dei primi secoli come Simon Mago, Cerinto, Saturnino, Basilide ecc. Tutte queste teorie però non spiegano il significato recondito del fenomeno. Affinché l'universo possa esistere è necessario che esistano due forze opposte in equilibrio dinamico: una forza Centrifuga (luce, altruismo) ed una forza Centripeta (tenebra, egoismo). Queste due forze le ritroviamo in azione tanto nel più piccolo atomo quanto nella più gigantesca galassia, come pure in ogni essere vivente. Ognuno di noi sperimenta nel proprio cuore la drammatica esclamazione di W. Goethe: "Due anime, ahimè, albergano nel mio petto e l'una si vuole dipartire dall'altra: l'una si attacca alla viva gioia con tenaci vincoli al mondo, l'altra più potente, dalla polvere si eleva al campo dei sentimenti più in alto". (Faust) Questo è dovuto al fatto che sono contemporaneamente in azione due forze animiche opposte per permettere l'esistenza degli esseri individuali e quando prevale l'una o l'altra precipitiamo nella luce o nella tenebra. La teoria teosofica si identifica in quella della filosofia indiana del Sankhya dei "guna". La parola "guna" significa "corda" musicale in cui a tre diversi gradi di tensione (vibrazione) si ottengono tre tonalità diverse, come tre sono i mondi della manifestazione cosmica: Rajas= attività, forza centrifuga, luce, altruismo, espansione, astrazione. Tamas=  Inerzia, oscurità, forza centripeta, egoismo, concretezza. Sattva= ritmo, equilibrio, armonia. Secondo Mircea Eliade queste tre parole sono affini alle tre funzioni dell'anima definite da Platone come "epithumia", "thumos" e "logistikon" e da Aristotele come anima vegetativa, sensitiva e razionale analoghe ai rispettivi livelli di materia eterica, astrale e mentale  di cui è composto ogni essere vivente. Questi tre aspetti dell'unica sostanza sono presenti nell'universo ed in ogni creatura in grado diverso:  può prevalere il tipo "rajasico", cioè un individuo attivo ed altruista, o il tipo "tamasico", indolente ed egoista, ed infine il tipo "sattvico" equilibrato ed armonico. Ma nella vita quotidiana queste qualità si possono alternare in varia misura nello stesso individuo provocando conflitti psicologici ai quali allude Goethe, conflitti che nei casi più spinti sfociano  in turbe psichiche e mentali a livello sia individuale che collettivo. Per comprendere il diabolismo occorre tenere presente che come l'universo materiale è composto di atomi (i quali altro non sono che forza vibrante), tutti riducibili a 92 elementi, così pure i livelli eterico, astrale e mentale ed i loro relativi corpi sono composti di corpuscoli vitali detti "essenza elementale" i quali reagiscono agli stimoli del pensiero e dell'emozione, e secondo il genere di queste emozioni l'individuo cambia aspetto come spiegò Stazio a Dante: "Secondo che ci affligon li desiri, e gli altri affetti, l'ombra si figura, e questa è la cagion che tu ammiri" (Purgatorio XXV ) C,W,Leadbeater nella sua opera "Il Piano Astrale" afferma: "...l'essenza elementale, meravigliosamente sensibile al più lieve pensiero umano con prontezza inconcepibile risponde in una frazione di secondo ad una vibrazione eccitata in se dall'esercizio anche del tutto inconscio della volontà o del desiderio umano...nel suo complesso questo regno elementale diviene in generale ciò che ne fa il pensiero collettivo dell'umanità. Chiunque consideri un solo istante che l'azione di questo pensiero collettivo è tutt'altro che elevata, ben poco si può meravigliare se raccogliamo quanto abbiamo seminato poiché questa essenza, che non ha un proprio potere di percezione, ma solo riceve e riflette ciecamente quanto le viene proiettato, manifestando di solito caratteristiche poco benevoli..." L'Ego o Sé superiore (coscienza pura) è rivestito, per così dire, di un corpo mentale ed astrale formati da questa sostanza elementale subconscia la quale, per effetto delle emozioni e dei pensieri, forma dei vortici e correnti che hanno una durata proporzionale alla forza ed alla ripetizione del pensiero o dell'emozione. Questa essenza elementale era denominata dai cabalisti "Aur" o "Luce Astrale", "Antico Serpente", ecc. o genericamente il "Diavolo" inteso come forza antagonista dello Spirito, personificando l'egoismo dell'uomo. Dante comprese tanto bene questo mistero infatti attribuisce a Dio la triplicità della Possanza, Sapienza e Carità, (forza centrifuga), mentre al Diavolo (Deus inversus) la personificazione dell'impotenza, ignoranza e odio (forza centripeta). Eliphas Levi afferma: "...Il Diavolo non è un'entità, ma una forza errante, come lo indica il significato stesso del termine. E' cioè una corrente odica o magnetica formata da una catena o cerchio di volontà perniciose, le quali creano questo spirito nefasto che il Vangelo chiama "legione" e che spinse nel mare una mandria di maiali - allegoria evangelica che dimostra quale infima natura può venir suscitata dalle forze cieche messe in moto dal peccato e dall'errore." Il subconscio (eterico-astrale-mentale) consiste di essenza elementale, plastica, semintelligente ed insinuante, la quale si raggruppa per affinità vibratoria in forme- pensiero nel subconscio individuale e collettivo di coloro che le hanno generate. I veggenti possono "vedere" o visualizzare queste forme-pensiero che a volte sono gigantesche, alcune idilliache e bellissime, ed altre mostruose a seconda del tipo di emozioni e pensieri che le hanno generate. Da queste "visioni" sono nate le descrizioni popolari del paradiso e dell'inferno. I sensitivi possono essere invasati, posseduti od ossessionati da queste "emozioni" che non sanno come affrontare né controllare. Nello stesso livello astrale subconscio si trovano pure le larve astrali dei trapassati e specialmente quelli che furono maggiormente attaccati alla materialità e che quindi cercano di insinuarsi nella psiche labile del sensitivo in modo da indurlo a compiere anche atti inconsulti, tanto che a volte i criminali affermano di aver compiuto dei delitti incoscientemente, come spinti da una forza estranea. Tutto questo spiega i misfatti del "Diavolo" in quanto le emozioni grossolane ed i pensieri egoistici richiamano correnti subconsce analoghe che tentano di esprimersi attraverso l'essere umano ed anche animale. Il fenomeno dell'ossessione di massa si verifica con una dinamica uguale, basta pensare, per esempio, all'entusiasmo collettivo che si sviluppa ad un concerto o allo stadio, nei comizi politici ecc. ed ogni qualvolta si è pervasi da una emozione violenta che si comunica da un individuo all'altro. In ciò sta la forza del Gruppo, sia nel senso del lavoro per il bene dell' Umanità, sia nel suo esatto contrario. Freud affermò: "Quando vi è emozione la ragione è assente". Da quanto esposto si deduce la necessità del dominio delle emozioni negative, poiché se non riusciamo a dominarle tantomeno domineremo l'essenza elementale che richiamata si insinua nel nostro stesso essere. Gli insegnamenti di tutte le Religioni insistono sulla necessità di eliminare dal nostro cuore ogni sentimento negativo e di sviluppare una attitudine positiva. Così ogni disciplina  incomincia con l'astensione dal male e l' acquisizione del bene. E forse questo intende l'invocazione "Non indurci in tentazione, ma liberaci dal male", poichè in definitiva è il nostro Sè divino che ci mette continuamente alla prova per emanciparci dall'attrazione terrena e per indurci ad evolvere. Ma occorre anche tener presente che l'essenza elementale deriva comunque da una effusione della vita divina, benché primitiva, e che anch'essa è destinata ad evolversi lungo tutti i regni della Natura minerale, vegetale, animale ed umana per ritornare illuminata, come il figliuol prodigo, all'origine prima della vita universale, tanto che Origene, Padre della Chiesa, sosteneva che, alla fine dei tempi, anche il Diavolo sarà redento. Ed è in questa ottica che diventiamo co-creatori, e che siamo responsabili delle nostre azioni, emozioni e pensieri, e che quindi, secondo la legge del "Non fare agli altri ciò che non vuoi che gli altri facciano a te"  tutto ciò che facciamo, pensiamo e proviamo ci tornerà indietro. A noi la scelta....
  Gabriella Fogli 









NARRANO LE ANTICHE CRONACHE

...PER UNA STORIA DEL MONFERRATO


La leggenda di Aleramo
Si narra che nel 934 un gentiluomo di Sassonia, desideroso di prole, promise a Dio di andare pellegrino a Roma se avesse avuto grazia di figliolanza. Rimasta incinta la sua sposa i due nobili coniugi partirono per esaudire il voto, accompagnati da gaia e onorevole compagnia. Giunti a Sezzè, nella contea di Acqui, il viaggio non poté proseguire giacché il parto era vicino. Nacque un bel bambino, forte e gagliardo, cui venne posto nome Aleramo che voleva significare "allegrezza". Trascorso un mese dall’evento i genitori decisero di proseguire il viaggio, affidando il bimbo alle affettuose cure dei signori del luogo con l’idea di poi riprenderlo al ritorno da Roma. Ma il loro fu un viaggio senza ritorno, perché, sorpresi dai briganti, trovarono la morte. Rimasto orfano Aleramo fu allevato come un figlio dai signori di Sezzè che ne fecero uno scudiero. Quando l’imperatore Ottone cinse d’assedio la ribelle città di Brescia, tra i valorosi che accorsero a prestargli aiuto c’era anche il giovane Aleramo. Tali erano la grazia e la leggiadria del giovane che l’imperatore ne fu conquistato e subito lo volle cavaliere della sua famiglia affidandogli il compito di servitore di coppa presso la sua mensa. Dame e donzelle non avevano occhi che per lui e se ne disputavano la compagnia e il sorriso. Anche Adelasia, detta Alasia, la figlia dell’imperatore non seppe resistere al suo fascino e ben presto se ne innamorò. Prontamente Aleramo ricambiò l’amore ardente anche se combattuto tra il desiderio per l’amata e la riconoscenza per il suo re cui non voleva recare torto. Ma l’amore per Alasia era forte e le parole di lei erano dolci e convincenti al punto che in una notte buia, vestiti abiti dimessi, fuggì con la sua amata. Cavalcarono giorno e notte senza mai fermarsi, sempre andando per boschi e per selve, per valli e per montagne, finché, braccati ed inseguiti, si rifugiarono sui monti di Albenga a Pietra Ardena, dove spesso Aleramo si era recato a cacciare con i signori di Sezzè. Qui finalmente si fermarono e tosto furono colti da fame e sfinimento. Scorto un fuoco in lontananza, Aleramo vi si recò e là trovò degli umili carbonai che gli diedero di che sfamare sé e la sua compagna. Il giovane accettò l’offerta di cavare carbone con loro e ben presto si adattò all’umile mestiere. Costruì una capanna per sé e per la sua sposa e con lei visse felice e sereno per lunghi anni, dimentico di ricchezze ed onori. La vita trascorreva lieta e semplice: Aleramo cavava carbone, Alasia confezionava borse che poi lo stesso Aleramo andava a vendere. Molti figli rallegrarono la loro casa. Quando il maggiore di essi ebbe compiuto dodici anni, il padre lo portò con sé ad Albenga dove lo affidò al vescovo, con il quale aveva intrecciato rapporti di amicizia, perché lo facesse suo scudiero. Nel frattempo avvenne che di nuovo Brescia si ribellasse ad Ottone e che questi di nuovo chiamasse a sé i suoi fidi. Anche il vescovo di Albenga corse al richiamo del re portandosi dietro sia il figlio di Aleramo che Aleramo stesso, in veste di aiuto cuoco. Giunti sotto le mura di Brescia subito si misero sotto il comando di Ottone e presero a combattere. Aleramo si teneva in disparte ed osservava di lontano le imprese del figlio. Quando però vide le armate di Ottone incalzate e pressate dal nemico ruppe gli indugi e, afferrato a volo un cavallo, con grande genialità e tempestività, impugnò uno stendardo con sopra paioli, padelle, catene e si precipitò nella mischia respingendo in tal modo l’assalto dei nemici, che presi di sorpresa furono messi in fuga. Con il suo ardire le sorti dl combattimento si erano capovolte con grande meraviglia di tutti, soprattutto dell’imperatore che volle subito vedere l’uomo dal gesto glorioso. Aleramo inutilmente si schernì, ma messo alle strette fu costretto a rivelare all’imperatore la sua identità. Gettatosi ai piedi del sovrano gli narrò con voce commossa, ma ferma, quanto era accaduto a lui e ad Alasia a partire da quella lontana notte in cui fuggirono. Al racconto l’imperatore si intenerì, perdonò l’eroe e subito volle che fossero condotti in sua presenza la figlia amatissima e i nipoti. Si fece grandissima festa e Aleramo fu nominato Marchese. A lui Ottone concesse tanto territorio quanto in tre giorni potesse percorrere a cavallo in quella terra montuosa che è il Piemonte. Aleramo, cavalcando senza posa, notte e dì, su tre cavalli velocissimi, percorse tutte le terre che si estendevano dal fiume Tanaro all’Orba, sino alla riva del mare. Si dice che Aleramo, volendo ferrare il cavallo prima di intraprendere la gran corsa e non trovando strumenti idonei, si sia servito di un mattone che appunto nel volgare di quella regione è detto "mun", e così il cavallo fu ferrato "frrha". Di qui il nome del Monferrato. Questa leggenda offre una delle più suggestive invenzioni etimologiche del nome della regione che da altri invece viene fatto derivare da mons ferax, monte ferace, per la fertilità del terreno, ora da monte da farro, una specie di frumento che sarebbe cresciuto in abbondanza su quei colli, ora da Mons Pharratus un villaggio della collina torinese oggi scomparso, ora da fera in quanto un tempo la regione pullulava di animali feroci, ora da mons ferratus, monte guarnito di ferro, ora da mons ferox, monte fiero, coraggioso e così via. Passando dalla leggenda alla realtà storica s’incontrano serie difficoltà nel ricostruire la figura di Aleramo. I pochi documenti esistenti ce lo presentano come figlio di un certo conte Guglielmo di origine franca e testimoniano la investitura di molte terre nel contado di Acqui, nel 933 ad opera dei re Ugo e Lotario. Nel 940 circa, alla guida del popolo di Acqui si sarebbe coperto di gloria sbaragliando nei pressi di Vinchio (in località Colle dei Saraceni) ingenti forze moresche. Alcuni autori riportano tale episodio glorioso proprio al 933 e vedono nell’investitura un riconoscimento regio al valore di Aleramo. Nel 950 Berengario II lo elevò al rango di marchese. Nel 967, infine Ottone I gli confermò la dignità marchionale ed il possesso dei comitati che la marca riuniva: essa si estendeva, senza interruzioni, per tre comitati di Monferrato, Acqui e Savona e confinava al nord con il Po, ad est con i comitati di Genova, Tortona, Pavia e Milano, ad ovest con i comitati di Albenga, Alba, Mondovì, Asti e Torino, a sud con il mare. Della fantastica narrazione del suo gesto glorioso vi è poca documentazione. Certo è il documento che riguarda un diploma da Ravenna a lui conferitogli in data 23 marzo 967 che lo crea marchese delle terre fra l’Orba, il Po, la Provenza e il mare. Questo tessuto favoloso fu oggetto di ricerche da parte di storici piemontesi dal sec. XVII in poi. Sembra che non fosse la figlia del re ed imperatore Ottone I la donna con cui scappò Aleramo e che in seguito non fosse neppure la figlia di Berengario, Gerbenga, a dargli altri tre figli. Ma la debole documentazione non consentì di appurare se si trattava o no di sola leggenda. La leggenda di Aleramo fu vista simile a quella di Arduino il Glabro, di Bertoldo il Sassone e che per questo derivasse anch’essa, come le altre, dai re di Sassonia del Kent. In realtà le carte e i diplomi regi e imperiali del sec. XII permettono soltanto di stabilire che il 25 luglio 933 e il 6 febbraio 940 i re Ugo e Lotario a Pavia investono Aleramo "fedele nostro...conte" figlio di un Guglielmo salico o borgognone, prima della corte di Auriola e dipendenze, nel comitato vercellese, poi di altra corte in quel di Acqui; e che solo dopo il 950, cioè dopo l’avvento di Berengario II al trono, Aleramo ha la dignità marchionale. Si narra che ad Aleramo, già vedovo della figlia di re Ottone, Adelasia, dalla quale erano nati Guglielmo, Anselmo, Oddone, Berengario concesse la mano di sua figlia Gerberga che fece da matrigna ai suoi tre figli. Da un diploma di Berengario fra il 958 e il 960 si evince che Aleramo con Gerbenga furono i fondatori del monastero di Grazzano (Casale). Aleramo non fu travolto dalla rovina del suocero Ottone I in quanto lo stesso il 25 marzo 967 gli confermò la dignità marchionale e i possessi. Morto prima del 991 venne sepolto a Grazzano, dove ancora oggi all’interno della chiesa parrocchiale riposano le sue spoglie. Sulla sua tomba c’è un meraviglioso mosaico del X secolo sovrastato da una lapide che ricorda il trasferimento avvenuto nel 1581 delle sue spoglie dal peristilio del tempio, dove in origine erano state inumate, alla posizione attuale. Alla sua morte la marca, di cui era titolare, venne divisa tra i figli Oddone, cui andò il comitato di Acqui e Monferrato, ed Anselmo cui toccò il comitato di Savona (Enciclopedia Treccani Vol. II).


Fin qui le antiche cronache…dove finisce la leggenda e dove inizia la realtà? Abbiamo solo una costante: l’origine Sassone..già..ma  perché i Sassoni si sono spinti fino qui, in questi territori così lontani? Andiamo avanti nella nostra storia…fino ad ora lo studio è stato incentrato su Aleramo, il capostipite, ed i rami della famiglia che diedero vita alle tre principali Marche, tra cui quella di Monferrato che tanta parte ha avuto nella storia delle Crociate. Mi restava da prendere in esame l’altra grande famiglia che fece la storia del Piemonte prima, del Regno di Sardegna poi e, in ultimo, dell’Italia intera: i Savoia.  E qui ritroviamo la Sassonia…già,  il capostipite è  Umberto I Biancamano, discendente secondo alcuni del Sassone Vitichindo, rivale di Carlo Magno. Centro del feudo di Umberto era la Val d'Aosta, ma le propaggini si spingevano anche al di là delle Alpi, in Val d'Isère. C’è però da aggiungere, per completezza, che gli storici moderni tendono a far derivare la casata dei Savoia da  una potente famiglia della Borgogna imparentata per via femminile con  Rodolfo d’Asburgo e divisa in due rami: Moriana e Belley poi unificati.

La tradizione fa risalire la dinastia al signore di Moriana (Maurienne),  Umberto (o Uberto) dalle bianche mani, signore realmente vissuto, con vasti possedimenti e numerosa prole.  Il soprannome Biancamano è un termine improprio derivante da una traduzione imperfetta di un documento medievale, che in realtà si riferisce, non alle sue mani, ma alle mura della fortezza di Umberto, bianche come neve.
Tra i probabili antenati di Umberto si annoverano Amedeo che viveva nel 977-980, forse suo padre, Umberto, vivente nel 943-980, forse suo nonno e un altro Amedeo, ricordato in una carta del 926. I loro possedimenti passarono ai primi conti di Savoia.
Nato nel 980, sposò Ancilla o Auxilia o Ancilia, figlia del rettore dell’Abbazia di Saint-Maurice d’Agaune, dove si consacravano i Re di Borgogna.
Ebbe quattro figli: Amedeo, suo primo successore, AIMONE, che prese gli ordini ecclesiastici, ottenne il vescovado di Sion nel Vallese e morì nel '54 o nel '55, BURCARDO, vescovo di Lione che morì nel '68; e ODDONE  erede di Amedeo e terzo successore
Umberto Biancamano che era uomo di fiducia di Rodolfo III e della moglie Ermengarda, ottenne Aosta e in seguito il Viennois nord. 
Nel 1032, alla morte dell’Imperatore gli successe Corrado II. Ermengarda, rimasta senza regno, sperava di cavarsela assieme ai suoi borgognoni latini, probabilmente confidando nel suo consigliere. Umberto prima si schierò dalla sua parte, poi appoggiò Corrado, cui rivelò il piano di difesa dei borgognoni antitedeschi.
Alla testa dell'esercito di Corrado II, Biancamano entrò in Borgogna e presso Ginevra sconfisse le milizie di Oddone di Champagne, che rinunciò alla corona e fece atto di sottomissione a Corrado.
Il primo di agosto del 1034, nel duomo di Ginevra, Corrado II ricevette l'omaggio dei Grandi del regno e cinse la corona di Borgogna.
La spedizione  fruttò a Umberto la contea di Moriana, regione che si snoda lungo la valle dell'Arc, da Montmelian, sopra Chambery, sino al Moncenisio; tra le rive del Bourget (dove fu creato nell'abbazia di Hautecombe il mausoleo di famiglia) e il lago Lemano, il Cenisio e il corso del Rodano. C'è chi sostiene che gli fu data anche
parte della contea di Savoia.
I possessi sabaudi comprendevano così parte del Viennese, il Chiablese, le contee di Sermorens, del Belley, e, forse della Savoia, di Aosta, di Torino, di Alba, di Ventimiglia. 
Altra conseguenza non meno importante della vittoriosa spedizione di Umberto Biancamano fu l'aumento incontrollabile delle prepotenze dei "capitanei" e dei "valvassores majores" (appartenenti all'alta nobiltà cittadina) e l'aumento dell'ambizione e dell'ingordigia dell'arcivescovo filo-tedesco ARIBERTO; che faranno divampare a Milano un aspro conflitto, finito con la trasformazione della città feudale in Comune... Ma questa è un'altra storia.
Umberto Biancamano ebbe una quindicina d'anni per godersi il suo feudo e per plasmarlo a suo piacere.
Morì a Hermillon il 1° luglio e fu sepolto nella cattedrale di Saint-Jean-de-Maurienne
La data della morte non è certa: nel 1047 o 1048 (alcuni affermano nel 1054).

Ora un interessante paragone fra le due casate:
Per i Monferrato il feudo era un feudo “femminile” infatti morto  Giovanni nel 1305 senza discendenti diretti il feudo passa in eredità,  nonostante le pretese degli Aleramici di Saluzzo, ad una sorella del Marchese, Jolanda,  andata sposa all’imperatore  Andronico Paleologo, e quindi, tramite Lei, a suo figlio secondogenito Teodoro.

Per i Savoia, invece, vigeva La legge salica.
La legge salica, che regola la successione (maschile), fu formalmente adottata verso la fine del '200 da Amedeo V. Va detto tuttavia che Umberto Biancamano applicò subito nella sua famiglia il diritto di successione alla primogenitura maschile, che caratterizzò tutte le successioni senza alcuna eccezione. 

Sotto riporto albero genealogico della dinastia dei Savoia:




Leggendo la vita, le imprese, i matrimoni tutti di altissimo lignaggio, apprendo anche che  durante il Regno di Filippo il Bello, alcuni dei Savoia furono molto legati a questo meschino sovrano.  Ad esempio:
Amedeo V "Il Grande" Bourget, 1249 - Avignone, 1323
Il terzo figlio di Tommaso I fu Tommaso II, signore del Piemonte ma, pur essendo fratello maggiore di Filippo I, non fu  mai Duca di Savoia. Amedeo V era suo figlio.
Suo fratello Tommaso, detto Tommasino, signore del Piemonte e fu il fondatore del ramo dei Savoia Acaia e Luigi I di Vaud, fondatore del ramo Savoia - Vaud
Sposò Sibilla di Bagè che gli portò in dote la Bresse. Rimasto Vedovo si risposò nel 1297 con Maria di Brabant e diventò cognato dell’Imperatore Enrico VII di Lussemburgo. Sua figlia Giovanna, sposò Andronico Paleologo, Imperatore d’Oriente. Successivamente sposò Alice de Viennois.
Ebbe 10 figli: Edoardo, suo successore, Aimone, successore di Edoardo, Margherita, Eléonora, Agnese, Bona, Maria, Caterina, Giovanna e Béatrice, che andarono tutte in spose a nobili.
Ottimo e audace guerriero, controllò Ginevra e accrebbe il suo potere, fece costruire parecchi castelli, comprò quelli di Ginevra e di Chambery, dove ricevette Enrico VII di Lussemburgo, che poi accompagnò a Roma a riconciliarsi col Papa, guadagnando in cambio Asti e Ivrea.
Ristrutturò numerose città e fu il protettore di Lione dal 1286 al 1290.
Ottenne il titolo di principe dell’Impero, si riconciliò con gli Asburgo, neutralizzò gli Angiò, che si erano stabiliti in Italia e s’accordò con i Visconti di Milano. 
Diede in appannaggio il paese di Vaud a suo fratello Luigi e il Piemonte a suo nipote Filippo, fondatore del ramo dei Savoia-Acaja che si stabilì a Pinerolo.amedeo V
Nella lunga guerra anglo francese si schierò dapprima con Edoardo I Plantageneto  poi con Filippo il Bello.
Nel 1307, scelse formalmente la legge salica, che del resto era sempre stata applicata di fatto, per la successione negli stati di Savoia.
Si accordò anche coi Visconti di Milano, coi Paleologhi di Bisanzio e con gli Angiò di Napoli.Morì nel  1325 ad Avignone, mentre preparava una Crociata col papa Giovanni XXII. Fu sepolto ad Altacomba.



Edoardo "Il liberale" (castello di Bourget, 1284 - castello di Gentilly, 4/11/1329)
Figlio di Amedeo V, continuò la politica paterna.
Fedele alleato dei Valois, il suo soprannome derivò dalle carte di franchigia che accordò a diverse città. Nel 1307 sposò Bianca di Borgogna , nipote del Re di Francia Luigi IX "Il Santo”.
Da quest’unione nacque la futura Duchessa di Bretagna, ma poiché la legge salica prevede la successione maschile la Bretagna non passò ai Savoia. Per lo stesso motivo il successore di Edoardo fu il fratello e non la figlia.
Nel 1327 sostenne ed aiutò il vescovo di Saint-Jean contro i contadini in rivolta nella val d'Arves, in cambio ottenne metà delle sue rendite e territori.
L'anno successivo si occupò dell'arcivescovo di Tarentaise, riducendone i privilegi a proprio vantaggio.
Molto legato a Filippo il Bello, che lo aveva fatto cavaliere e lo accompagnò nella spedizione in Fiandra.
Morì nel 1329 à Gentilly (nel castello acquistato dal padre nei pressi di Parigi per meglio dimostrate la sua amicizia per la Francia). (http://it.geocities.com/mp_gigi/conti.htm#umberto3)

Mi sorge a questo punto una riflessione: se erano alleati di Filippo il Bello, e proprio durante gli anni in cui si svolse l’indegno e vergognoso processo contro i Templari, appoggiando quindi di fatto il comportamento del vile Re di Francia, a loro volta si macchiarono dello stesso crimine. Del resto sempre si schierarono con i Guelfi, appoggiando quindi anche i Papi.
Per contro la stirpe Aleramica sempre appoggiò i Ghibellini e l’Imperatore.
Scrissi, se ben ricordo, in uno dei precedenti studi che nel Monferrato, e in Piemonte in generale, successe qualcosa nel 1700.  Era una impressione nata dall’osservazione sul posto, cioè girovagando di paese in paese, osservandone l’architettura, respirandone “l’aria”,  osservando le linee ed i simboli di chiese e palazzi. Era successo qualcosa durante quel secolo, qualcosa che non conoscevo, ma che percepivo e percepisco, qualcosa che cambiò la storia. Infatti nel 1713 il Monferrato venne inglobato definitivamente dai Savoia.
Ora incollo sotto la storia di un Savoia particolare: guardate la data di nascita.  Il ritratto di lui ragazzino ho avuto il piacere di osservarlo  in originale durante la visita di un castello:

Nacque a Torino il 14 maggio 1666. Poiché il padre morì nel 1675 da tale data la reggenza fu affidata a sua madre, che governò anche oltre la maggior età di Vittorio Amedeo. 
arco fino a rasentare la trasandatezza. Ridusse drasticamente le spese di rappresentanza, e, coi soldi risparmiati, finanziò la riforma dell’esercito e degli uffici pubblici. 
Personalità affascinante e demiurgica ma anche carattere cupo e ombroso. Amato e odiato. Su di lui circolarono molti aneddoti. Si dice che si travestisse e girasse di notte per Torino, per sentire le lagnanze del suo popolo. Fu soprannominato “renard”, volpe.  Su di lui fiorirono studi storici e psicologici.
Fu comunque un  monarca assoluto che seppe dare al suo paese un nuovo assetto e nuove regole, più moderne.
Volevano fargli sposare sua cugina, l’infanta del Portogallo (di cui sarebbe diventato re) per favorire la reggenza filo-francese di sua madre, lui resistette. Nel 1684 per poter finalmente assumere il potere dovette sposare la cugina francese Anna d’Orleans. 
Da lei Vittorio Amedeo ebbe sei figli: Maria Adelaide, in sposa a Luigi di Borbone, Marianna, che visse meno di un anno, Maria Luisa Cristina, moglie di Filippo V di Borbone, re di Spagna, il quale si risposò, Vittorio Amedeo, principe di Piemonte, Carlo Emanuele III, suo successore ed Emanuele Filiberto, che visse meno di un anno.
Ebbe molte amanti, che non si curava di nascondere e che gli diedero almeno cinque figli. 
Ebbe altri due figli dalla contessa di Verrua: Vittoria Francesca, in sposa a Vittorio Amedeo di Carignano, e Vittorio Francesco Filippo, marchese di Susa.
Vittorio Amedeo fu monarca assoluto ma anche grande riformatore. A lui si debbono la riforma dell’apparato burocratico, il catasto, assunzioni in base alle capacità, il ricupero di feudi posseduti illegalmente da altri, un concordato con il papa.
Persecuzione dei Valdesi: in un primo tempo fu restio a perseguitare i protestanti, come fece suo zio, Luigi XIV. 
Nel 1686, dopo molte insistenze e minacce del re di Francia organizzò una spedizione contro i Valdesi. Ne sopravvissero 11000, di cui 3000 si convertirono e gli altri 8000 furono carcerati. Alla liberazione erano solo più 3841, che furono esiliati. Gli orfani ricevettero un’educazione cattolica nell’ospedale di carità. Nell’estate del 1689 alcuni di loro, guidati dall’abate Arnaud, rientrarono in val Pellice, (la “glorieuse rentrée”)
Guerre. Il 4 giugno 1690 aderì alla Quadruplice Alleanza con l’Olanda, la Spagna e l’Austria (dove suo cugino Eugenio di Savoia combatteva per l'Imperatore), e quindi ruppe con la Francia che, nell’agosto seguente, assediò Montmelian e occupò Chambery. 
Immediatamente la persecuzione dei  Valdesi cessò e ci fu glorieuse rentrée. 
La guerra comportò ingenti spese e la sconfitta piemontese alla Marsaglia. Torino, tuttavia, non fu attaccata perché gli approvvigionamenti francesi erano precari. Il municipio di Torino venne in aiuto al suo re con finanziamenti e volontari. Alla fine del 1693 si staccò dall’Austria, concluse con Luigi XIV il trattato di Pinerolo poi quello di Ryswyk nel 1697 e approvò l’unione delle sue figlie: Maria Adelaide sposò il Delfino Luigi, Duca di Borgogna e Maria Luisa Gabriella sposò Filippo V re di Spagna e duca d’Anjou. 
Nel 1701 Vittorio Amedeo si alleò con la Francia nella Guerra di Successione Spagnola. 
Il 5 gennaio 1703 cambiamento di fronte: si alleò con l’Imperatore Leopoldo I e provocò una guerra con la Francia le cui truppe gli inflissero parecchie sconfitte e assediarono Torino nel marzo 1706.
Il 7 settembre, con l’aiuto di suo cugino Eugenio, il Duca sfondò le linee francesi e fece un’entrata solenne nella capitale dopo aver fatto voto di elevare una basilica a Superga dove aveva deciso il suo piano di battaglia. I festeggiamenti per la vittoria furono memorabili. Una nuova borgata periferica della città prese il nome di borgo Vittoria.  
Nel 1707 riconquistò Nizza e Susa. Con un accordo segreto il re di Francia gli promise la Lombardia.
Nel 1713, con il trattato di Utrecht dell’11 aprile riprese  la Savoia e ebbe le regioni di Alessandria, Lomellina, Sesia, il Monferrato (promesso dall’Imperatore Leopoldo I nel 1703) Ulzio, Exilles, Cesana, Bardonecchia, Casteldelfino, e Finestrelle. 
Ma il risultato più brillante di questi continui cambiamenti d'alleanza (definiti capolavoro della diplomazia del '700) fu l'acquisizione della Sicilia: il 2 dicembre seguente il Duca e la Duchessa furono consacrati Re a Palermo. Ma il suo ex genero, il re si Spagna, che rivendicava la Sicilia per se, e le grandi potenze lo costrinsero a rinunciare alla Sicilia in cambio della Sardegna. Al Savoia interessava essere re ma della Sicilia non poteva né  voleva occuparsi. Vittorio Amedeo accettò la Sardegna, più piccola e povera ma molto più vicina, mantenendo il titolo reale. La Sicilia non passò alla Spagna ma all'imperatore Asburgo. Filippo V ebbe Parma, Piacenza e la Toscana.
Dopo il 1720 Vittorio Amedeo si occupò della riforma dei suoi stati. Molto autoritario, enigmatico, non si fidava dei suoi parenti. Il suo fu un assolutismo burocratico: organizzò un consiglio di stato di otto membri, prese il controllo delle città principali attraverso i vicari di polizia, e quello delle province attraverso gli intendenti, l'intento era di controllare la nobiltà di spada attraverso la nuova nobiltà di toga da lui istituita
Creò dei nuovi ministeri: esteri, guerra, interno e delle agenzie: finanze, tesoro, real casa...
Ruppe con Roma per imporre al papa e al clero la propria volontà.
Nel 1723 pubblicò le Reali Costituzioni per dare al suo popolo leggi chiare e comprensibili e, primo in Europa, organizzò il catasto, per meglio conoscere le possibilità impositive e fiscali del regno e per aumentare il controllo sui beni dei nobili e del clero.
Pur non essendo molto portato per le scienze e le arti, ne comprese le potenzialità ed il valore politico e così mise sotto controllo anche l'università, di cui assunse direttamente la gestione e costrise gli studenti di tutto il regno nel Collegio delle Province a Torino, creò la biblioteca universitaria e affidò a valenti architetti meravigliose opere architettoniche.
 
Torino. Torino fu ampliata, riorganizzata ed arricchita di splendidi palazzi. Dalla Sicilia Vittorio Amedeo portò a Torino Filippo Juvarra cui fece progettare edifici splendidi, tra cui la palazzina di caccia di Stupinigi, la basilica di Superga, la nuova facciata del Palazzo Madama. Alla Venaria Reale lo Juvarra edificò la splendida galleria, la scuderia, la citroniera e la cappella di sant'Uberto, con la sua cupola finta.  
 
Nel 1730, sentendo che la sua mente cominciava a vacillare, abdicò e si ritirò con la sposa morganatica Anna Carlotta Teresa Canalis di Cumiana, Marchesa di Spigno a Chambery. 
(Il motto di casa Savoia, FERT: è tradotto “Foemina erit ruina tua”)  
La pazzia del re: l’anno dopo, fu colpito da un colpo apoplettico. Il figlio Carlo Emanuele III si recò in visita e Vittorio Amedeo, che non aveva mai dimostrato grande stima nel figlio nemmeno quando stava bene, lo aggredì e lo insultò. 
Dopo un mese l’ex re si ristabilì e, recatosi a Moncalieri pretese, con fare risoluto ed arrogante di controllare l’operato del figlio e di ritornare sul trono, vista l’incapacità dell’erede.
Consultati i suoi collaboratori, Carlo Emanuele lo fece arrestare ed imprigionare a Rivoli e la consorte fu imprigionata in un riformatorio per prostitute a Ceva.
Qualche tempo dopo la Marchesa di Spigno poté ricongiungersi al marito, che trascorse gli ultimi mesi della sua vita tra accessi d’ira e di apatia. Carlo Emanuele non lo vedrà più. Morì a Moncalieri il 31 ottobre 1732 e fu sepolto nella basilica reale di Superga che lui stesso aveva fatto costruire.
Dopo la morte del re la Marchesa, lasciata libera, si rinchiuse in convento.

Il castello che ho visionato è il castello di Masino, in prov, di Torino. All’interno del castello i conti Valperga-Caluso avevano allestito un appartamento per la seconda “Madama Reale”, appartamento in cui riceveva i suoi amanti. Pare che la Madama fosse dedita all’Alchimia, così come la prima Madama Reale, Cristina di Francia, del resto il castello di Masino è un castello pieno di segreti. Mi ci ero recata perché su di un libro antico avevo notato la fotografia di alcuni salottini molto particolari riproducenti nel più piccolo dettaglio alcuni arredi dell’antichità. Uno di questi, il salottino egizio, mi aveva fatto letteralmente sobbalzare ricco com’era di riferimenti simbolici ed alchemici su cui troneggiava il Bhaphomet. Arrivata al castello scoprii, tanto per cambiare, che l’accesso al salotto era stato chiuso e non era possibile visitarlo. A nulla sono valse le mie rimostranze dovute alla spiegazione assurda che mi è stata fornita.  In uno dei saloni si trova il quadro di Vittorio Amedeo II.  La cosa curiosa è che a Caravino, il paese in cui si trova il castello di Masino, situato a pochissimi chilometri da Ivrea,  si trovano ben due chiese dedicate a San Solutore, lo stesso santo, ricordate? Di Grugliasco e di Torino.
Avete già letto del motto F.E.R.T.,  motto che per la verità ancora rimane un enigma. Diverse le interpretazioni:

 Fortitudo Eius Rhodum Tenuit 
Viene messa in relazione con l'ordine dell'Annunziata, fondato da Amedeo VI nel 1364.
Sui collari d'argento dorato della compagnia appariva il motto «FERT », chiuso da un anello con tre lacci d'amore a doppio intreccio; l'Ordine ebbe in seguito, dallo stesso fondatore, carattere religioso-militare. La sigla potrebbe riferirsi a qualche impresa militare.

Fides Est Regni Tutela e Foedere Et Religione Tenemur sono interpretazioni che tenderebbero a sottolineare i valori di riferimento.

Secondo altri il motto sarebbe un'abbreviazione di "fertè", voce dell'antico francese col significato di "fermezza", o di "ferto", nome di una moneta di Amedeo VI di Savoia.

Altri credono, considerato che in latino fert significa "porta" o "sopporta" attribuiscono al motto l'intenzione del cavaliere galante di sopportare ogni pena per la sua dama
(o del cavaliere pio e devoto di sopportare ogni cosa per devozione e in onore della Vergine).
Foemina Erit Ruina Tua, invece si riferisce in generale ai vizi e alla focosità di molti sabaudi e, in particolare alle vicende di Vittorio Amedeo II e della Marchesa di Spigno.

Ma abbandoniamo per il momento i Savoia e torniamo ad Aleramo.  Verso l’889 i Saraceni approdarono sulle coste francesi e si stabilirono a Frassineto in Provenza, località identificata in La Garde Freinet vicino a Saint Tropez e da lì iniziarono le loro scorribande spingendosi poi in quella che è l’attuale Liguria. Numerose sono comunque le località che portano il nome Frassineto, tra cui quella vicino a Santa Maria del Tempio che fu la base dei Saraceni nel Casalese. A quanto pare tutte le Frassineto  rappresentavano il quartier generale dei Saraceni. Per cercare di frenare l'ondata distruttiva dei Saraceni, Berengario II organizza, tra la fine del 950 e l'inizio del 951, una difesa che vede la Liguria ripartita in tre marche - Orbetenga, Aleramica e Arduinica- strutturate secondo direttrici verticali, dalla bassa padana alla costa, dove hanno caposaldi rispettivamente in Genova, Savona e Ventimiglia. Una volta sconfitti i Saraceni, assisteremo al frazionamento delle tre grandi famiglie marchionali, che porterà alla costituzione di un vasto tessuto feudale. Al conte Aleramo viene quindi affidata una delle tre grandi marche.
La sua stirpe trae origine da un certo Teodoro, duca di Frisia, morto nel 793, combattendo contro i Sassoni. Dei figli di suo figlio il quintogenito è un Aleramo, il primo a portare tale nome. Della famiglia, poi, un Guglielmo ebbe in dono il comitato di Torresana da Guido di Spoleto, per averlo aiutato nella lotta contro Berengario I: un ramo della famiglia si stabilì quindi in Italia. Il figlio di questo Guglielmo era appunto l'Aleramo che ebbe da Berengario II una delle tre marche in cui era stata organizzata l'Italia superiore.
Nel 967 Ottone I, con diploma emesso a Ravenna il 23 Marzo, gli concede "omnes illas cortes.... (absas) in desertis locis (deserti perché devastati dalla furia dei Saraceni) consistentes a flumine Tanaro usque ad flumen Urbam et ad latus maris, quorum nomina hec sunt: Dego, Bagniasco, Balangio, Salescedo, Lecesi, Salsole, Miolia, Pulcione, Grualia, Pruneto, Altesino, Curtemilia, Montonesi, Nosceto, Masionti, Arche"  Gli conferma inoltre tutti i luoghi precedentemente posseduti nei comitati di Torino, Vercelli, Asti, Monferrato, Acqui, Savona, Cremona, Bergamo e Parma.
I figli di Aleramo, Anselmo ed Ottone (Guglielmo era premorto al padre), diventarono rispettivamente i capostipiti delle due linee marchionali di Savona e Monferrato che tennero "pro indiviso".
A partire dalla fine dell’XI secolo, utilizzando parzialmente la rete stradale di età romana, come nel caso della strada della Valle Versa, gradatamente si andò nuovamente tracciando un’estesa quanto complessa "area di strade": erano le "Vie Francigene", che avevano condotto i Franchi in Italia e sulle quali ora transitavano commercianti, pellegrini, uomini di cultura.

Un legame importante quello tra la strada di Valle Versa e il marchesato del Monferrato che trova conferma, tra l’altro, nelle convenzioni tra il marchese Bonifacio e il Comune di Genova, dell’anno 1232: "...saluabimus et custodiemus et defendemus stratam que ibit ab Ast-Taurinum et a Taurino in Ast per lige loca Cunegum, Remorfengum, Beruntum, Coconatum Thonengum...".

Ad ulteriore sostegno dell’importanza cruciale del castello di Montiglio quale luogo-chiave per il controllo della Valle Versa, sottoscrissero la convenzione anche le famiglie del "Consortile di Montiglio", tra queste Manfredus de Monaco de Montiglio, Jacobus de Cocastello de Montiglio, Ribaldus de Montiglio.


Buon numero di terre e di comunità rurali dipendevano direttamente dal marchese, che le governava per mezzo di castellani o vicari o rettori o podestà. Gli altri luoghi erano tenuti in feudo da nobili (conti di S.Giorgio, di S. Martino, marchesi del Carretto, d’Incisa, di Cortemiglia, ecc.) o da consortili di famiglie nobili uscenti da uno stesso ceppo, i quali si davano un ordinamento simile a quello delle comunità.
L’agricoltura fu la principale attività dei monferrini e gli scambi commerciali avvenivano tra i comuni subalpini e tra la costa ligure e l’interno.

Le strade del marchesato erano: la strada lombarda che congiungeva Milano e Vercelli con Torino passando da Chivasso; quella del Grande e Piccolo San Bernardo che univa Genova con Ivrea attraverso il Monferrato; quella che collegava Asti e Alessandria lungo il Tanaro.

Ammettiamo per un attimo che Aleramo fosse un Rex-Deus, così come penso, ma perché venne proprio in Monferrato? Che cosa cercava o cosa doveva proteggere? E perché la storia di questo piccolissimo lembo di terra si conclude nel 1.713 quando passò definitivamente sotto il dominio dei Savoia?  Perché Francesi e Spagnoli vennero proprio qui per risolvere le loro contese? Non esiste un ramo della nobiltà internazionale che non fosse imparentato con un ramo della famiglia Monferrato.  La Storia si fa sempre più affascinante e una parte delle risposte stanno a Tiglieto, Staffarda, Lucedio e nei mosaici del Duomo di Casale. E qui entrano in ballo Bernardo ed i Templari…

Le antiche cronache  hanno ancora molto da narrare… 

Gabry




Una indagine nel mistero…


Terra di Piemonte, “Ai piè del monte”, termine molto recente per indicare dei territori ai piedi della catena alpina che hanno delle peculiarità intrinseche legate alla geo-morfologia del suolo e delle acque. Tutti conoscono Torino e la sua “fama” legata alla Sacra Sindone, il Telo “dell’Uomo”, ed alle varie triangolazioni su cui sono stati scritti centinaia di libri. Molto meno, se non di nome, si conoscono le altre città di questa laboriosa regione, ed in particolare Asti, Alessandria, Novara e Cuneo  ed i misteri a loro collegati.
Ne parleremo un po’ per volta in modo da offrire un quadro a 360°, e parleremo in particolare di una zona, il Monferrato, una zona bellissima, il “Suol d’Aleramo”.
…..io fui tra i primi
con Voi gridando al vento e sul fragore
de l’armi, il grido che vale prodezza,
che vale onore, cortesia, larghezza,
il grido che squillò vittoria dove passaste
e ch’io per la posterità legai a sirventese
in vostra gloria e faccio risquillare:
Monferrà!
(Rambaldo de Vaqueiras 1160-1207)
Descrivere il Monferrato a chi non lo conosce è impresa ardua, e non dal punto paesaggistico, ma animico, perché è un territorio particolare che ancora pulsa delle imprese di Tiro e Gerusalemme, dei canti  dei trovatori, dei “fedeli d’Amore”, di Rambaldo e di Beatrice, ma che ora “dorme” per sottrarsi al degrado spirituale che lo attraversa perché non ha dimenticato il significato di “onore, cortesia, prodezza”. Quando percorriamo le colline e le vallate, in qualsiasi stagione dell’anno, con il sole o con la nebbia, con la pioggia o con la neve, anche quando la coltre di nebbia è fitta ed umida e trasuda acqua, l’odore della terra, la sua storia, le lacrime ed il sangue ci vengono incontro. Ove posi lo sguardo è tutto un esplodere di chiese, di castelli, di torri, di misteri, di “masche” e di “settimini”, di “demoni” e di “santi”, di fonti e di leggende,  di “opposti” e di “complementari”.
E il grande Aleramo, il capostipite che  gettò  il seme in questa terra, ha vinto la morte stessa e riposa un sonno senza età a Grazzano, nel monastero da lui fondato nel 961, ed è proprio dal documento della fondazione che apprendiamo la paternità di Aleramo, il suo doppio matrimonio, la morte del figlio di primo letto Guglielmo e l’esistenza in vita di altri due figli. Dalla prima moglie, di cui è  ignoto il nome, nacquero Guglielmo, Oddone ed Anselmo, dalla seconda, Gerbera, non risultano figli, quindi le numerose linee dei Monferrato traggono origine dal figlio Anselmo della prima moglie.
Intanto una curiosità: il Monferrato è diviso in due zone, il Basso e l’Alto Monferrato, solo che, geograficamente parlando, sono “inverse” nel senso che quello che viene definito “Alto” in realtà è la parte bassa e viceversa. Questo ci può già dare la misura della particolarità del territorio. Che starà a significare? Di primo acchito ci viene di rispondere che la realtà non è quella che appare, che è “inversa”, e che ciò che è “Bianco” in realtà è “Nero” e ciò che è “Nero” in realtà è “Bianco e questo ci riporta a un concetto gnostico di antica memoria.
Nel “Basso Monferrato” che poi in realtà è quello alto, si trova un luogo che ai più è sconosciuto, ma che gli amanti del mistero nostrano ben conoscono, e questo luogo è Lucedio. Il toponimo, alquanto singolare e unico, è attestato fin dal 904, anche se l’abbazia di Santa Maria di Lucedio fu fondata nel 1123 su terreni donati dal marchese Ranieri di Monferrato.

Che dire di queste terre….sono soprannominate “Terre d’Acqua” quando, allorché le risaie sono allagate, pare di vedere il mare, anzi, la laguna. Eppure, nonostante la bellezza particolare del paesaggio che per sua natura dovrebbe essere particolarmente rilassante, un che di inquieto pervade chi si appresta a percorrere i sentieri delle “grangie”. Grangia significa letteralmente “granaio” ed ogni grangia era una unità a sé stante con case coloniche, chiese, magazzini, ove i conversi vivevano e lavoravano bonificando i terreni circostanti; l’abate aveva il proprio monaco di fiducia,  il “granciere” a cui affidava l’incarico di presiedere al tutto. Santa Maria di Lucedio aveva sei grange: Montarolo, Montarucco, Leri, Castelmerlino, Ramezzana e Darola. Darola, per gli estimatori dell’horror, è legata a doppio filo con S.M. di Lucedio, e basta farsi un breve giro sul posto per rendersene conto. Ma ogni cosa a suo tempo….Torniamo alla nostra abbazia. Quando apprendemmo dei fatti, anzi, dei misfatti che si svolsero all’interno di questo luogo sacro immediatamente ci ritornò in mente un film di qualche anno fa, “I diavoli” di Ken Russel con Oliver Reed e la bravissima Vanessa Redgrave,  film che quando uscì diede adito ad un grande scalpore per l’epoca (eravamo nel 1971) e che raccontava di un caso clamoroso  di possessione diabolica di cui rimasero vittime le suore  Orsoline. Uno scrittore inglese, Aldous Huxley, si occupò a lungo di questa storia consultando e studiando tutte le fonti disponibili e nel 1952 pubblicò un libro “The Devils of Loudun” in cui raccontava  che un certo padre Barrè venne chiamato a Loudun per esorcizzare le suore coinvolte, ma il demonio “Asmodeo” era penetrato nel ventre della priora del convento ed a nulla valsero i suoi tentativi.
Anche a Santa Maria di Lucedio accadde un fatto simile. Torniamo indietro nel tempo. Siamo nel 1684 ed iniziano gli orrori…nella grangia di Darola, di cui abbiamo parlato prima, vi erano delle novizie domenicane che ogni notte venivano tormentate dal Demonio e continuamente tentate, tanto che si arrivò, come a Loudun, alla possessione vera e propria. Ma le novizie, indotte dal Diavolo, corruppero i monaci di Lucedio che, a dire il vero, non dovettero opporre molta resistenza in quanto era già iniziato da parecchio tempo il decadimento della Regola e si era smarrito l’originario Spirito che rifulgeva all’interno dell’Ordine. A questo punto iniziò per Lucedio un periodo orribile poiché i monaci si abbandonaro ad ogni perversione e si narra che all’interno del piccolo cimitero di Darola si svolgevano orge e riti diabolici che culminavano con sacrifici umani. Ogni genere di angheria venne perpetuato ai danni della popolazione e nella cripta la perversione e la crudeltà raggiunsero livelli inimmaginabili tanto che nel 1948 si raccontava ancora una filastrocca: “Lucedio è un Principato/L’acquitrino è sterminato/Lacrima versata/ la colonna n’è schizzata/ sangue innocente dalle vene della povera gente/ capo mozzato/ il tempio è abbandonato/ son tanti i segreti/ li avean messi i preti.”  Una antica profezia racconta che a Lucedio sarebbe stata eretto un grande tempio inneggiante  a Satana e che una delle colonne dell’Abbazia posta all’interno della “Stanza del Giudizio” sigillava una “Porta dell’Inferno”. Ed è proprio all’interno della cripta ove venivano effettuate le efferratezze di cui sopra che esiste una colonna “che piange”. Tale colonna è stata oggetto di diversi studi per questa sua caratteristica e pare che il fenomeno sia da attribuire alle particolari proprietà di capillarità  della pietra che assorbe acqua dal terreno per poi “trasudarlo” all’esterno. Ad ogni modo una, e solo una, ha questa particolarità. La leggenda continua con le mummie di alcuni abati decapitati (leggende celtiche?) posti a perenne guardia di questo accesso agli “Inferi” su troni di pietra disposti in cerchio. Ma, a percorrere questi luoghi, pare che gli abati non siano riusciti nel loro compito. Cattedrale di Satana, dicevamo….scorrendo un articolo apparso su un giornale locale, “Il Monferrato”, leggiamo: “ Ad esempio si nota come la stessa chiesa di S.M. venne costruita a sud del complesso, contrariamente a come si faceva solitamente. A nord sarebbe stata più protetta dai venti e l’illuminazione solare per le cerimonie mattutine sarebbe stata ottimale. Ricordandoci la classica pianta a forma di croce delle chiese, costruire con l’ingresso a sud era come disegnare una croce capovolta.”   Della costruzione originale oggi rimangono solo  la torre ottagonale e la cripta. Si parla anche di un fiume sotterraneo, il Lino, che “ufficialmente” nessuno ha mai visto, certo però ci domandiamo come mai gli abitanti della zona sono chiamati in loco “Trapulin” che significa tra il Po ed il Lino….Nell’antichità era pratica consueta costruire luoghi di culto su corsi d’acqua sotterranei in quanto si riteneva che questa sviluppasse   particolari energie ed a tale scopo venivano chiamati dei sensitivi che captavano la presenza di queste falde, e per quanto riguarda il Lino si dice che scorra nel vecchio corso, che oggi è sotterraneo, del fiume Dora, ma potrebbe essere uno dei tanti fiumi ipogei di cui tutta la zona è ricca. Già, terre d’acqua…fontanili, risorgive, fiumi sotterranei, acqua nelle risaie…

Ed ora veniamo al toponimo Lucedio. Da dove derivi nessuno lo sa, possiamo solo tentare delle congetture. Lu potrebbe stare per lucus, bosco, in genere si intendeva bosco sacro, ma a leggerla letteralmente tutti interpretiamo “Luce di Dio”, o “Dio di Luce”  Lucifero? Il “portatore di Luce”? Certo è che a leggere la scritta sopra l’ingresso, “Principato di Lucedio”, si rimane  alquanto perplessi. Vediamo un po: nel 1784 Papa Pio Vi emette il decreto di soppressione dell’abbazia che passò con altre grange all’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, quindi a Napoleone durante la dominazione francese che lo donò a suo cognato, il Principe Borghese, nel 1807, che però lo cedette nel 1818 ad una società composta dal Marchese Giovanni Gozani di San Giorgio, dal Marchese Francesco Benso di Cavour e da Luigi Festa. Ma nel 1822 la società si scioglie e unico proprietario rimane il Marchese Gozani di San Giorgio antenato dell’attuale proprietaria che a sua volta vende nel 1861 al Marchese Raffaele de Ferrari Duca di Galliera. Personaggio molto particolare questo Duca tanto che abbiamo trovato negli Atti Parlamentari del Regno  del 27 dicembre 1876 una sua commemorazione che ricorda, tra i molti meriti, l’investitura che ricevette da Sua Maestà e cioè il “Predicato di Principe di Lucedio”. Noi, da ignoranti di cose nobiliari, pensavano che il titolo di “Principato” derivasse dalla donazione di Napoleone a suo cognato, il Principe Borghese. E invece lo troviamo citato come “attributo di merito” per le molteplici attività svolte al Duca di Galliera.  Per completezza riportiamo una breve parte del testo:
  “…Le due Camere del Parlamento decretarono al Duca di Galliera solennissime azioni di grazie: il Re ne scrisse il nome nell’Albo dè suoi cugini, i Cavalieri del supremo Ordine dell’Annunziata, e gli aggiunse eziandio il predicato di Principe di Lucedio.” Il testo completo lo trovate qui: http://notes9.senato.it/Web/senregno.NSF/023abfe89ea8a95dc1256ffc004e7c82/d9534b52e84a0c4dc125713a003b26a6?OpenDocument

Parrebbe, a leggere, che sia diventato Principe di Lucedio in virtù dei suoi meriti.
E principe di una grangia…mah, ci pare abbastanza strano tutto questo. Comunque alla sua morte il titolo ed i terreni vengono ereditati dal nipote Andrea Carega Bertolini che nel 1937 a sua volta cede la proprietà al Conte Cavalli d’Olivola, padre dell’attuale proprietaria, la Contessa Rosetta Clara Cavalli d’Olivola Salvatori di Wiesenhoff. Ora i proprietari sono Conti, ma si mantiene il nome Principato di Lucedio. Il tutto offre una immagine, unita al resto, a dir poco inquietante…se, come detto prima, molti fanno risalire Lucedio a Lucifero, il titolo di Principato è alquanto equivoco, richiamando immediatamente alla mente il Principe delle Tenebre. Non desideriamo lanciarci in discussioni esoteriche sulla distinzione tra Lucifero, Satana & C. in quanto è innegabile che tutta la zona è percorsa da un fremito strano, cupo, pesante, che ti alita sul collo, ti avviluppa in strane sensazioni. Inoltre proprio davanti a Lucedio si trova la ex centrale atomica di Trino, ora convertita, ed anche questo contrasto contribuisce ad incupire ulteriormente il tutto.
Il 10 settembre 1784 Papa Pio VI emise un decreto che soppresse l’abbazia contenente accuse di satanismo, eresia e quant’altro. I frati furono incarcerati o dispersi, ma l’alone malefico non si disperse…aleggia su tutto. Le carrozze listate di nero  giungevano  da Torino, di notte, e i contadini vociferavano sottovoce di riti magici, infernali, di “diritti” su ragazze  “vergini”,  si segnavano in silenzio e si ritiravano all’interno delle abitazioni sperando che il tutto passasse senza toccarli. Oggi le carrozze sono sostituite dalle auto che giungono sempre dal capoluogo e basta andare all’indomani di qualche data particolare per rendersene conto.
Cc

c

c
cimitero Ma la leggenda più “strana”, a nostro modesto avviso, è quella legata alla “Regina di Patmos” e di cui esistono diverse versioni. Ve ne raccontiamo una:
La foresta planiziale era fitta, intricata,  e ricopriva tutto. In mezzo a questa foresta la Regina di Patmos, incinta,  correva disperata ed ansante per sfuggire al padre che la inseguiva, ma un giorno fatale lui la vide e stava per raggiungerla quando Lei, presa dalla disperazione,   fece un incantesimo ed immediatamente la terra si aprì ed un grande fossato iniziò a scorrere impedendo all’uomo di raggiungere la figlia. Si dice che il fossato sia l’attuale fosso o cavo della Regina che scorre tra Montarucco e Montarolo. La Regina morì e fu sepolta con suo figlio in una cappella sulla costa di Montarucco, altri dicono a Montarolo dove sorse poi l’attuale chiesa della Madonna delle Vigne, collegata, pare, da sotterranei alla vicina Lucedio, ed i monaci si recavano a pregare sulla Sua tomba ogni anno il giorno dei morti. Un’altra versione parla di un sarcofago all’interno dell’abbazia di Lucedio ove riposa la Regina di Patmos con il proprio figlio morto prematuramente e si vuole collegare questo episodio agli Aleramici e più precisamente alla conquista di Costantinopoli da parte di Bonifacio, marchese di Monferrato, che nel 1204 durante la quarta crociata, catturò l’imperatore Alessio III e sua moglie l’imperatrice Eufrosina e li portò prigionieri a Lucedio ove Eufrosina morì e si ritiene che sia lei la Regina di Patmos.

Chiesa della Madonna delle Vigne
Tentiamo ora di analizzare il mito a più livelli partendo da un presupposto, e cioè che ogni mito conserva un “cuore” che contiene alcune “perle” di saggezza e mantiene una verità, ma per arrivarci occorre estrapolarle dal contesto fiabesco e sviscerarne il significato.
Tutte le versioni di questa leggenda hanno in comune “Regina” , “Patmos” e un figlio di giovane età. . Patmos è l’isola ove San Giovanni scrisse, in esilio,  l’Apocalisse. Giovanni è rappresentato da un’aquila,  l'aquila che già al primo batter d'ali si eleva alle vertiginose altezze del mistero trinitario: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio". Ma quasi tutti ignorano che Giovanni aveva anche altri attributi, veniva raffigurato con in mano un calice da cui spuntavano dei serpenti.






Archivio Giunti
Allora…il marchese di Monferrato potrebbe aver “recuperato” qualcosa a Costantinopoli, o comunque in Terra Santa, o forse “qualcosa” che una volta si trovava in Terra Santa, ma che potrebbe essere stato “traslato” in altra terra. Tutte le leggende insistono sulla “Regina” e sul “Figlio” e sulla fuga di questa Regina per scampare ad una triste sorte. Ma analizziamo la storia, quella autentica per quanto possibile, e ne troviamo tracce negli scritti dell’Ordine Cistercense e nel martirologio. Quando era marchese Bonifacio, abate di Lucedio era Pietro II e suo braccio destro il beato Oglerio di Trino. Pietro II ed Oglerio svolsero insieme  numerose e importanti missioni: su incarico di Papa Celestino III ripianarono le controversie sorte tra il Vescovo di Tortona ed i Templari, per conto del successore Innocenzo III riappacificarono Parma e Piacenza, riformarono il Monastero di Bobbio, appianarono le discordie tra i monaci ed i canonici di San Ambrogio di Milano e tra il Vescovo di Genova e il Capitolo della sua cattedrale, compirono una ambasciata in Armenia e nel 1202 predicarono a Trino la IV crociata di cui uno dei capitani era Bonifacio del Monferrato. La crociata fallì perché i veneziani la sfruttarono per il proprio tornaconto, ma Bonifacio fu insignito del titolo di Re di Tessaglia e l’abate Pietro II venne eletto Vescovo di Ivrea e poi Patriarca di Antiochia. Già, perché Pietro II  accompagnò nel 1202 il marchese Bonifacio alla quarta crociata e nel 1204 fece parte del gruppo dei dodici personaggi che elessero l’imperatore latino di Costantinopoli. In un articolo a cura del prof.  Walter Haberstumpf pubblicato sul Bollettino del Monferrato e consultabile interamente on-line sul sito www.marchesimonferrato.com/4.pdf     viene sviscerata in modo approfondito la presenza di Bonifacio in Oriente considerato ardito, coraggioso, abile politico e deprecabile barbaro predatore di reliquie. Tornando ai fatti del 1204 egli era a capo delle milizie che distrussero la città depredando e distruggendo fornendo all’Oriente Ortodosso “l’immagine incancellabile di un Occidente sopraffattore ed empio” . Non ci addentriamo ora nella disamina della crociata in quanto la nostra attenzione è posta sulle reliquie che Bonifacio “prelevò” in Oriente. Si dice che nel 1204 Bonifacio si insediò nel Bucoleon , un complesso monumentale di Costantinopoli, e che trafugò un frammento della  Vera Croce e la testa o il braccio di San Giovanni Battista, li donò all’abbazia di Lucedio ove furono custoditi fino al 1479 anno in cui “migrarono” alla cappella del castello di Casale Monferrato e di cui rimane traccia nella “Cronica del Monferrato” di Benvenuto Sangiorgio “E perché erano riposte (le reliquie) in un luogo (Santa Maria di Lucedio) dove non si prestava debita riverenza ed onore, l’anno MCCCCLXXIX furono ridotte e collocate nella rocca della città di Casale, e riposte nel sacello di essa rocca, dove sono tenute e conservate colla meritata venerazione e culto”.  Ma della cappella e del suo prezioso contenuto all’interno del castello si è persa ogni traccia…E questa la storia…ora possiamo solo lanciarci con la fantasia…dunque…abbiamo delle reliquie provenienti dall’Oriente, abbiamo i Templari che annoveravano tra le loro file parecchi Aleramici e che erano sicuramente presenti oltre che nel Monferrato anche in Oriente, abbiamo l’Abate di Lucedio, Pietro II,  che li conosceva bene al punto da essere nominato dal Papa per redimere delle diatribe tra loro ed i Vescovi, abbiamo una Regina, Patmos, un Re e un bimbo. Inoltre le leggende parlano dei frati che si recavano a pregare a Montarolo sul posto ove fu sepolta questa regina e dove oggi si trova la chiesa della “Madonna delle Vigne”. Inoltre è sempre presente il “precipizio, il fossato che divide in due la zona” e permette alla nostra Regina di mettersi in salvo dal Padre. Perché il padre la volesse “catturare” e cosa fosse successo nessuno lo sa. Accantonando il discorso reliquie proviamo a interpretare in altro modo questo mito, e lo facciamo riallacciandoci ad usanze antichissime, perse nella memoria del tempo, ma che ancora oggi sopravvivono e che ritroviamo, per esempio, nella notte di Halloween, il momento in cui i frati si recavano a “pregare”. La tradizione ci dice che in questa notte il mondo dei morti e dei vivi entra  in contatto e quale luogo migliore di Lucedio per ambientare questo “contatto”? Sempre restando in ambito tradizionale la Principessa, anche se noi qui abbiamo una Regina, in genere rappresenta l’Anima e il  Re e la Regina sono ben noti a chi si interessa di Alchimia. Ma mentre la fusione del Re con la Regina (fusione degli opposti) realizza l’Opera e dà come prodotto il “figlio” spirituale, l’Uomo nuovo, l’Androgino perfetto,  qui questo non avviene…il Re, che è anche il padre della Regina, tenta di prenderla, ma non ci riesce…Lei compie una magia, fa apparire un fosso pieno di acqua e l’operazione non è portata a termine, non è compiuta. Lei, la figlia, l’Anima, avrebbe dovuto unirsi con il Padre, lo Spirito, e congiungersi all’interno del cuore e generare il figlio, il Cristo interiore. E in effetti un figlio viene generato, ma muore in tenera età perché qualcosa è andata storta, il processo non è stato completato o lo è stato malamente, in modo “inverso” e ciò che rimane è una terra in cui le forze del Male si scatenano e aleggiano su tutto e su tutti percorrendo con grida ed apparizioni le notti misteriose avvolte da fitte nebbie. Il “fosso” non è stato saltato, anzi, è stato creato apposta con un atto di magia, limite invalicabile su cui il Re è costretto ad arenarsi. Si parla di una Ley-Line che attraversa Lucedio ed in effetti pochi sanno che Lucedio sorge su una faglia, detta faglia diretta, opposta a quella della vicina Balzola che è soprannominata “Faglia Inversa o faglia del Monferrato”. La faglia diretta si ha quando il tetto scende rispetto al letto ed in questo caso il regime tettonico è distensivo o divergente, ad esempio in occasione dell’apertura di un rift, ovvero di una spaccatura ai cui fianchi sorgono numerose formazioni collinari e  tali faglie presentano un piano avente inclinazione elevata, attorno ai 60°. Una faglia si definisce “inversa” se il tetto sale rispetto al letto. In questo caso gli angoli del piano di faglia sono piuttosto bassi, attorno ai 30°, e nel caso di angoli molto bassi o nulli si parla di sovrascorrimenti.

Dal libro di Aldo Timossi  “La Storia del Monferrato” apprendiamo che nel 1961 l’Agip perfora un pozzo di saggio a Due Sture di Morano Po (siamo sempre in zona). Niente petrolio né metano, ma i “carotaggi” evidenziano vari tipi di minerali. Fino a 200 metri dal piano di campagna si trovano argille e acque salmastre, risalendo a 120 m. sabbia con pietrisco e fossili, nei successivi 20 metri sabbia e inclusioni di torba (sedimento alluvionale) e per il resto, fino alla luce del sole, argille con sabbia, ciottoli e vene d’acqua. E’ evidenziata una estrema diversità tra la morfologia della collina e quella della pianura, diversità che è sancita dal netto confine dato dalla “faglia di Balzola”, una spaccatura sotterranea, che è parente piccola e lontana della temibile faglia di San Francisco. San Francisco, già,  dove Anton Szandor LaVey fondò nel 1966 la Chiesa di Satana..e di cui il noto  shockroker Marilyn Manson è stato nominato  reverendo. Un collegamento “satanico”, non c’è che dire….
Certamente possiamo ridurre tutto a superstizioni, casualità, ignoranza, ma questo luogo è così pregno di mistero che continuerà ad essere oggetto dei nostri studi e delle nostre ricerche. Quanto qui riportato è solo una minima parte di tutto ciò che è legato a Lucedio, Luce di Dio, o forse Dio di Luce.
I Templari, che c’entrano sempre come ricorda ironico il prof. Cardini, qui entravano veramente e la loro soppressione coincise anche con il tradimento da parte di alcune famiglie di Vignale  degli ultimi Monferrato e la loro “vendita”, per pochi o molti denari che fossero, alla città di Asti,  decretò   la fine di questa dinastia.
Da allora nessuno più custodì gli accessi e lo spirito del Male, una misteriosa energia maligna,  aleggia padrone di queste terre. Ma questa è solo una leggenda……
Gabriella Fogli












 

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