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DISABILI NEL CORPO, ABILI NEL CUORE Benvenuti a tutti i nuovi amici. Le nostre strade si incrociano, provengono da diverse esperienze...

domenica 31 marzo 2013

GINO STRADA

Gino Strada: "Io mi ostino a voler fare il mio lavoro, medico e chirurgo. Mi occupo giornalmente di sanità e medicina. Se qualcuno venisse a propormi di fare il ministro della Sanità, risponderei che il mio programma è molto semplice: faccio una sanità d'eccellenza, spendendo la metà di quello che si spende oggi, eliminando il conflitto di interesse introdotto nella mia professione dalla casta politica: il pagamento a prestazione. Il nostro sistema sanitario era uno dei migliori al mondo, la casta, con la complicità dei medici, lo ha rovinato. L'interesse del medico è che la gente stia male, per fare più prestazioni. Ma nove milioni di persone non hanno più accesso alla sanità. Io eliminerei tutto questo. Ecco perché nessuno mi ha mai chiesto di fare il ministro della Sanità. A me piacerebbe in futuro aprire anche in Italia il primo ospedale di Emergency, per far rivedere agli italiani, dopo 30 anni, che cos'è un ospedale, non una fottuta azienda. La sanità è uno scandalo pubblico"
Gino Strada: "Io mi ostino a voler fare il mio lavoro, medico e chirurgo. Mi occupo giornalmente di sanità e medicina. Se qualcuno venisse a propormi di fare il ministro della Sanità, risponderei che il mio programma è molto semplice: faccio una sanità d'eccellenza, spendendo la metà di quello che si spende oggi, eliminando il conflitto di interesse introdotto nella mia professione dalla casta politica: il pagamento a prestazione. Il nostro sistema sanitario era uno dei migliori al mondo, la casta, con la complicità dei medici, lo ha rovinato. L'interesse del medico è che la gente stia male, per fare più prestazioni. Ma nove milioni di persone non hanno più accesso alla sanità. Io eliminerei tutto questo. Ecco perché nessuno mi ha mai chiesto di fare il ministro della Sanità. A me piacerebbe in futuro aprire anche in Italia il primo ospedale di Emergency, per far rivedere agli italiani, dopo 30 anni, che cos'è un ospedale, non una fottuta azienda. La sanità è uno scandalo pubblico"

sabato 30 marzo 2013

PASQUA 2013: Il Varco di Pasqua: Resurrezione Interiore


trasformazione
Consideriamo innanzitutto la Pasqua, come un fenomeno cosmico e non come un evento storico, religioso o festivo.  Un fenomeno cosmico che comprende, principalmente, il nostro pianeta, Terra, il suo satellite Luna e la stella principale del sistema, il Sole. Tra i tre corpi celesti, sembra che l’unico che ospiti forme di vita sia il nostro, Terra; qui abbiamo animali, minerali, vegetali in grande quantità e dinamico equilibrio, tutti composti degli stessi elementi che compongono il resto dell’Universo, aggregati in forme tali da creare vaste biodiversità.
E’ dunque tutt’altro che azzardato ipotizzare che posizioni, energie ed eventi di carattere cosmico siano relativi anche a tutte queste creature. Anzi, i progressi scientifici continuano ad avvalorare questa interdipendenza assoluta universale già patrimonio di ogni mistico. La fitta rete di connessione che lega il tutto vibra dunque in ogni istante, ed in particolare quando energie diverse si armonizzano su alcune frequenze; è questo il caso di alcuni momenti del ciclo terrestre che da sempre l’uomo, in ogni cultura ed area del pianeta, ha reso sacri, celebrandoli. In particolare possiamo individuare i due Solstizi e i due Equinozi, più altri momenti topici tra i quali appunto la Pasqua.
Soffermandoci solo su quest’ultima, prima di tutto ricordiamo che si tratta di un evento legato ai cicli della Luna; dunque una data sacra antica, che ci riporta indietro fino ai tempi della Dea Madre, quando una spiritualità rivolta al femminile ancora non era stata soppiantata dai culti solari, dal Dio Padre maschile. Un tempo che risale al Neolitico e prima ancora. La saggezza popolare, la tradizione contadina legata alla terra, ancora riportano vaghe memorie di questa conoscenza.
La Luna insomma irradia l’aspetto femminile dell’energia, l’elemento acqua: emozioni, inconscio, fiducia, gioia. Su un pianeta la cui superficie è coperta per due terzi dall’acqua, ospiti di un corpo che ne è composto al 75%, decodificando sensi e realtà con un cervello che ne presenta il 90%, difficilmente possiamo considerarci estranei alla sua presenza ed interazione.  Cosa accade dunque nel momento cosmico della Pasqua? Quali energie sono disponibili per il pianeta e in che modo possono essere poi così importanti per la spiritualità degli esseri umani?
Tutti i miti che celebrano la Pasqua ci raccontano storie di Resurrezione: la rinascita che segue ad una morte apparente.
E’ un modo come un altro di spiegare quello che avviene in inverno e che segue la primavera. Una sorta di parabola, il cui significato va ricercato nello specchiarsi delle cose all’interno di noi stessi. Il seme, caduto in autunno, a metà di quella stessa stagione muore (in corrispondenza dei giorni di Halloween, per intenderci), abbandonandosi al suolo, al mondo di sotto. Nell’inverno si cristallizza in questa morte apparente, una sorta di ibernazione, di gestazione nel ventre della madre terra. A metà della stagione invernale (durante i giorni di S. Valentino) è necessaria una scelta: amore per la vita o paura e rimanere nel ventre. Non tutti i semi germoglieranno, solo quelli la cui scelta sarà verso l’ignoto, lo sconosciuto, che andranno cioè oltre la paura per amore.
Arriva dunque la Primavera con il suo Equinozio; un’inclinazione differente dei raggi solari scalda il cuore del seme, il richiamo della vita è avvertito da tutti i viventi: è primavera.
Ma non è a primavera che il seme inizierà ad aprirsi; dopo aver scelto l’amore, dopo aver udito il richiamo dell’esistere, dovrà morire per rinascere. Dovrà rompere il suo guscio, e trovare la strada verso la luce come un cieco germoglio ancora tenero.
rosa
Altrettanto bene sapevano i mistici che è questa stessa luna che può favorire un cambio sostanziale per i cicli di consapevolezza della vita dell’umano.
La qualità che si espande nel momento cosmico della Pasqua è quella della fiducia: fiducia nella rinascita del proprio spirito, nella resurrezione in senso attuativo, presente, e non quale rimando ad una prossima vita o piano di esistenza. Lo spirito, il più alto intento interiore –non è statico; necessita di essere nutrito, ravvivato, proprio come un fuoco. Non è un caso che ci si riferisca spesso al Sacro fuoco dello spirito, è un’analogia calzante, come quella della Resurrezione di un Cristo durante la Pasqua.
Con la Primavera siamo risvegliati ad una nuova nascita: nuovi intenti e propositi si affacciano al nostro animo, sostenuti da un’energia vitalizzante. Durante la Pasqua questo processo va più in profondità, da solare diviene lunare ed opera nel rinnovo del nostro se’ a strati più nascosti, come le nostre emozioni ed il nostro inconscio. Solo un’alta qualità femminile dello spirito ci può portare ad accogliere il nuovo dentro di noi, cioè la fiducia, l’apertura in due sensi al rinnovo, alla trasmutazione: verso il fuori e verso il dentro, verso l’alto e verso il basso.
Così come il seme, che muoverà verso la luce del sole grazie alla quale opererà la fotosintesi e contemporaneamente verso la terra, dove mettere radici che andranno verso il buio a cercare il nutrimento dell’acqua e dei sali minerali. Se si muovesse in uno solo dei due sensi, non vivrebbe. Se non morisse, se non rompesse il suo guscio, non nascerebbe.
Questo accade anche a noi; spesso abitudini, situazioni, condizionamenti, relazioni e attitudini ci stanno addosso come un guscio che, quando la consapevolezza si espande diventa una stretta armatura che ci ingabbia. Vederlo o saperlo non sempre basta; a quel livello può infatti intervenire un giudizio su noi stessi che ci lascia sempre dentro il guscio, se possibile ancora più scomodi.
E’ un’alchimia interiore quella di cui c’è bisogno. Una trasformazione che avviene oltre il razionale, al di la’ del dualismo di giusto o sbagliato, nell’intero del nostro essere. Che comprenda l’intento dell’anima e i nostri pensieri, le emozioni e il nostro inconscio. Che sappia farci tendere verso l’alto, verso la luce, esplorando e accettando anche le nostre parti più in basso, muovendo verso ciò che ci appare buio. Una rinascita di amore e coraggio, di forza e di accettazione, per la quale occorre che ciò che è diventato un vecchio guscio venga lasciato morire, e con esso le parti di noi che vi si identificano, le attitudini che le sostengono, le situazioni che le riflettono. Una vera e propria resurrezione, un parto di se’ stessi.
Sebbene a noi umani, portatori di libero arbitrio, sia disponibile in qualsiasi momento una rinascita interiore, e sebbene tutta la nostra vita possa definirsi un continuo ciclo di morti e rinascite, già i nostri antenati avevano ben capito quanto fosse importante sintonizzare i propri cicli interiori con quelli della Natura, con Madre Terra, con il Cosmo, e di quale armonico potenziale questa sintonia fosse capace.
Quella che chiamiamo Antica Religione è una Scienza esatta delle relazioni tra l’uomo e la natura.
Nel nostro tempo l’espressione e la comprensione diventano molto più accessibili, per numero e velocità di informazioni, sicuramente, ma soprattutto perchè la nostra stessa ragione sta sondando vette e profondità che lambiscono il mistero. Pertanto è più semplice oggi che non ieri dire che ogni cosa nell’universo è correlata, giacché la fisica astronomica e quantistica ci supportano, ci danno ragione: sono arrivate allo stesso punto.
Laddove la luce è energia e l’energia materia, quando il tempo e lo spazio si piegano e due rette parallele all’infinito prima o poi si toccano, è più facile osare il pensiero che non solo questo mondo non sia piatto, ma che la vita stessa, l’esistenza e lo stesso presente abbiano inizio e fine che coincidono, come in un cerchio.
E il Samsara, la ruota del Karma, tutte le altre tonde simbologie – bassorilievi sui muri di un tempio, rosoni di una cattedrale, tracciate su muri, segnate con giganteschi monoliti, dipinte su un tepee o sul volto di un Maori, avranno un nuovo aspetto.
Saranno l’eco di una storia antica quanto il mondo, che avevamo dimenticato di saper ascoltare.
Poi, siccome nulla è definitivo, anche il nuovo ciclo porterà nuove attitudini e nuove situazioni a formare un altro guscio, chiamandoci ancora a morire per rinnovarci, stimolandoci nel processo di continua evoluzione che è proprio di tutto ciò che è, dalle galassie alle cellule.
Fino, forse, ad arrivare ad essere uno con il tutto, fino cioè a quello stato di fusione estatica con il creato che qualcuno ogni tanto raggiunge, che ogni Maestro a suo modo descrive e trasmette. Dal nostro punto di vista, il loro sembra un punto d’arrivo, l’alchimia suprema; dal loro, invece, sembra sia l’inizio di un altro viaggio, di un altro ciclo.
Un suono di campane intona una melodia e ci desta, profumo di fiori nel sole e uccelli che ritornano cantando; è Pasqua, questa Primavera!
Gioiosamente corri a rompere il guscio dell’uovo di cioccolato che aspetta; sappi che la sorpresa sei tu.

articolo di Arshad

Fonte: www.oshocircleschool.com

Cosmogonia dell’Uovo



Ilmatar_by_FelesyaUn mito nord europeo della nascita del cosmo (cosmogonia) o dell’universo il, Kalevala
racconta (primoruno, verso 103 – 304) che all’inizio del tempo nell’aria sotto un cielo infinito Ilmatar (figlia dell’aria), che aveva preso vita spontaneamente nell’elemento aereo era completamente sola. Sola, vergine e annoiata da quel luogo disabitato, decise di discendere verso il “basso” sulle onde di un mare infinito, il vento la fecondò e il mare la
ingravidò, così ella concepì un figlio. Per settecento anni lei portò in grembo questo figlio, la gravidanza fu lunga e dolorosa, come dolorose erano le doglie, non riuscendo a partorire quel figlio. Un uccello comparve tra le nubi, era ormai stanco di non potersi posare in nessun luogo solido dove poter costruire un nido e deporre le uova, allora la déa sollevò la gamba dai flutti e l’uccello credendo di scorgere nel ginocchio divino un monte vi si posò.
Sul ginocchio di Ilmatar l’uccello fece il nido e depose sei uova d’oro e un uovo di ferro e cominciò a covare. Dopo tre giorni di cova la déa sentì un calore insopportabile, che dal ginocchio si spandeva su tutta la gamba, istintivamente scosse il ginocchio, il nido si rovesciò e le uova rotolarono nell’acqua frantumandosi in una infinità di pezzettini. Tra l’acqua e il fango i piccoli pezzi di guscio presero una nuova forma, la metà inferiore divenne la terra, la metà superiore il cielo e il firmamento. Il giallo del tuorlo divenne il sole e il bianco la luna. Quello che c’era di colorato dentro l’uovo si sparse creando le
stelle, la parte scura dell’uovo formò le nubi dell’aria: così nacque il cielo e la terra, le stelle e le nubi, il sole e la luna e l’universo ebbe inizio.
Nove anni dopo (ma cos’è il tempo per gli déi?) alla decima estate, la dea sollevò la testa dal mare e avviò la sua opera creatrice. Stese la mano e fece nascere penisole, fece forza con i piedi per creare fondali marini, si tuffò e sbocciarono profondi abissi, tutti i suoi gesti erano opera creatrice, la terra, i golfi, le isole e le scogliere, insomma la terra nacque dai suoi gesti. Nel Kevala possiamo scorgere non un mito ma un insieme di miti provenienti da altrettanti racconti, che hanno dato vita alle varie religioni compresa quella cristiana.
L’ordine fu stabilito nel caos primordiale e qui dovrei rimandarvi ad Ovidio e alle
sue Metamorfosi [I: 5-20]; [I: 21-31] e prima ancora ai Sumeri, alla civiltà mesopotamica e così via. Tutti questi miti hanno in comune tra gli altri elementi l’uovo cosmogonico, da sempre considerato simbolo sacro universale e rilevante. Il valore simbolico sta nella sua funzione, assicurare la permanenza della vita e della specie nella successione degli individui. L’uovo, simbolicamente rappresenta lo stato primitivo dell’uomo.
L’uovo cosmogonico, nei miti è usato per rappresentare la creazione assoluta. L’uovo è una rappresentazione sacra iniziale, presente nelle cosmogonie di quasi tutti i popoli della terra. La nascita del mondo da un uovo cosmico è un’idea universalmente diffusa, che veniva appunto celebrata presso molte civiltà alla festa di equinozio primaverile, quando la natura rinasce e le ore di luce iniziano a dominare quelle del buio.
uovo
L’uovo, è senza spigoli e quindi senza principio né fine, è sempre stato considerato l’emblema della perfezione divina.
In tutte le religioni ed in ogni tempo è sempre stato il simbolo della fecondità, della rigenerazione modellata sulla incessante creazione del mondo. L’uovo è il seme primordiale, embrione e germe di vita, è il primo essere ad emergere dal caos, rappresenta la forza vitale e generatrice di tutto quello che esiste. Proprio questa sua forte valenza simbolica ha fatto nascere presso molti popoli l’uso di regalare le uova, mentre
quelle di cioccolato sono di origine recente, le vere, colorate o dorate hanno un’origine, che affonda le sue radici nel lontano passato, come augurio di nascita e di ri-nascita, non solo della natura. Venivano anche portate in grembo dalle donne in stato interessante per scoprire il sesso del nascituro e le spose vi passavano sopra prima di entrare nella loro nuova casa.“Omne vivum ex ovo”, “tutti i viventi nascono da un uovo”
affermavano gli antichi romani.
È da tempi lontani, che l’uovo viene circondato da un’ aurea di mistero, per gli egiziani l’uovo rappresentava il cosmo perché portava con sé i quattro elementi che lo compongono, aria, terra, acqua e fuoco. Il guscio la terra, il tuorlo il fuoco, l’albume l’acqua, l’aria che li avvolge e custodisce integri. L’uovo come simbolo di fertilità. L’uovo cosmico, legato ai miti della creazione del mondo e dell’universo.
L’Uovo cosmico, nei “mandala” è rappresentato come simbolo alchemico del “Tutto”.
Simbolo anche dell’inscindibile binomio “entropia” (universo soggetto al mutamento-distruzione) – “sintropia” (universo soggetto alla creazione-ricostruzione). Al centro c’è il fulcro e la fonte della sintropia.
Gli involucri esterni sono la manifestazione e la vita, utilizzazione entropica dell’energia sintropica che sempre si rinnova e rinnova la vita. L’uovo, simbolo da cui esce un essere vivente, sia uomo che animale.
L’uovo, evento sicuramente misterioso per i preistorici. Gli antichi persiani per celebrare l’inizio del nuovo anno, che festeggiavano all’equinozio di primavera, già dipingevano le uova, presso gli Ebrei il sacrificio “pasquale” da offrire al tempio era rappresentato da un uovo bollito nell’acqua salata. Un uovo lasciato in ciascuno dei quattro angoli del campo, nei solchi arati, aiuta invece ad avere un abbondante raccolto.
Un’antica leggenda vuole che andare in chiesa con in tasca un uovo nato il Giovedì Santo aiutava a smascherare gli eretici e le streghe. Le uova ricevute in dono erano considerate ricche di potere e sacralità, simbolo di fertilità, dell’eterno ritorno della vita, è il simbolo perfetto di tutto ciò che nasce. L’uso da parte dei padri della chiesa e di alcuni Papa, di usare e trasformare gli antichi riti pagani e le festività religiose e assorbirli nei rituali cristiani ha dato vita a molte controversie religiose, ad esempio nella festa pagana della
déa “Eostre” da cui il termine inglese “Easter” con cui si indica la Pasqua.
La dea era un’antica divinità pagana dei popoli nordici, paragonabile a Venere, Afrodite o
Ishtar, la quale presiedeva ad antichi culti legati al sopraggiungere della primavera e alla fertilità dei campi, ad esempio presso i Celti l’equinozio di Primavera era chiamato “Eostur-Monath”. Nella nostra tradizione l’uovo si eleva a simbolo del sepolcro, l’atto di romperlo è metaforicamente associato alla rinascita o alla resurrezione, rompendo l’involucro (il sigillo) che contiene una vita al suo interno gli permettiamo di “essere” nuovamente, la tomba sigillata di Cristo, la rottura della quale rappresenta la risurrezione dalla morte.
Il rosso delle uova è associato solitamente al sangue del Cristo e per lo stesso motivo venivano dipinte di rosso, é andata ormai persa anche la tradizione di portare in chiesa per la veglia di Pasqua le uova da far benedire insieme ai cibi tradizionali della festa, le uova servivano a rompere il digiuno imposto durante il periodo quaresimale. Molte sono le
leggende sull’origine delle uova di Pasqua, si racconta che Maria Maddalena mentre portava delle uova cotte alle donne rimaste vicino al Sepolcro le uova stesse si colorarono miracolosamente di rosso, non appena lei vide il Cristo risorto. La stessa cosa successe a Roma dopo l’Ascensione di Gesù, un pretoriano si recò dall’Imperatore per comunicargli che il “nazzareno” era risorto, l’Imperatore indicando un uovo sul suo tavolo asserì: “Cristo non è risorto più di quanto quest’uovo sia rosso”.
Dopo questa negazione l’uovo si colorò immediatamente di rosso.
In tutto il mondo l’uovo rappresenta la Pasqua, il suo antico simbolismo mistico-religioso è andato definitivamente perso, nel corso dei secoli ha subito ogni genere di rielaborazione anche estetica, la sua forma è stata riprodotta nei più disparati elementi da quelli commestibili fino a quelli preziosi (le famose uova del maestro orafo Peter Carl Fabergé), il simbolo della resurrezione, della fertilità, dell’eterno ritorno alla vita oggi è diventato uno dei tanti prodotti commerciali buoni solo per fare “affari”.
uovo-faberge-con-sorpresa
Il mito della cosmogonia dell’uovo ebbe il primo duro colpo “dall’intellighenzia Illuminista” del settecento, nel secolo successivo la nuova frontiera dello studio di microrganismi, attraverso il lavoro di esperti studiosi, riconobbe la validità delle affermazioni scientifiche da parte di molti grandi esperti di botanica e di fisiologia, che provarono con i loro studi la fondatezza della costituzione cellulare di tutti gli esseri viventi : «omne vivum ex ovo – tutti i viventi nascono da un uovo, si trasformò in omnis cellula e cellula – ogni cellula nasce da una cellula». Ancora una volta il mito deve soccombere alla spietata realtà scientifica.
 Nunziante Rusciano
http://www.visionealchemica.com/

BUONA PASQUA

BUONA PASQUA

Tanti, tantissimi auguri di Buona Pasqua a voi ed alle vostre famiglie.
Che sia lieta, serena e gioiosa.
Gabry


AFORISMA DI SENECA



"Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli la speranza"

(Lucio Anneo Seneca)

Riflessi d'acqua ♥

SEI RINATO

Sei rinato | don Carlo
Foto di Salvo Ariano (webmaster Regina Mundi)



Sei rinato

Sei rinato se sai stupirti che ogni mattino ci sia luce;
se sei felice perchè i tuoi occhi vedono,
le tue mani sentono,
i tuoi piedi camminano;
se canti perchè il tuo cuore batte.
Sei rinato se pensi che oggi comincia il primo giorno della vita che ti resta.
Sei rinato quando guardi persone e cose con occhi puri,
quando riesci a ridere.
quando sai gioire dei piccoli fiori semplici sul cammino della tua vita.

(Don Carlo)
http://www.reginamundi.info/poesia/SeiRinato.asp 

Dai senso all'esperienza: dall'impotenza alla forza.



"L'esperieza non è ciò che accade a un uomo. E' ciò che un uomo fa di ciò che gli accade." A. Huxley
Impariamo a sfruttare bene l'esperienza per crescere davvero.

Quante volte di fronte a esperienze difficili, dure, dolorose tendiamo solo a indurirci e a leggerle come un'ingiustizia?
Tutti ci poniamo domande di fronte a esperienze significative ma... siamo sicuri che siano le domande giuste?


La prima domanda che appare nella nostra mente è quasi sempre "Perché è successo a me?". A questa domanda non c'è risposta e quindi continuiamo ad avvitarci su noi stessi in una spirale infinita fatta di
senso di ingiustizia - rabbia - richiesta di spiegazioni - confusione - impotenza - senso di ingiustizia - rabbia - nuove spiegazioni -

Proprio in questi momenti dovremmo ricordare che il problema non è mai nelle risposte che ci diamo... ma  nelle domande che non ci poniamo!

"Perchè è successo a me?", come la maggior parte dei "perchè" è una domanda che possiamo definire stupida quanto inutile per almeno due motivi:
  1. Le cose accadono in ogni istante a tutti e a te come a tanti altri. Quando capita a te lo noti ma mentre capita a te, prima che capiti a te e dopo che è capitato a te... tanti altri hanno fatto, stanno facendo e faranno questa esperienza.
     
  2. Un perchè non ha mai una risposta univoca e conclusiva ma produce sempre nuove possibilità di risposta senza che nessuna ci soddisfi. Prova a chiederti "perchè reagisco così in queste situazioni?"... vedrai che le risposte si susseguiranno senza che nessuna ti sembri mai quella giusta e definitiva. "Forse perchè sono ingenuo..." questa ti sembrerà una risposta ma subito dopo ti dirai "Ok ma forse è anche perchè gli altri mi provocano..."e poi "Sì ma perchè mi provocano?"... "Forse perchè io appaio come uno che....". Tutto questo in un cerchio senza fine.
    Le domande stupide sono quelle domande che spesso iniziano con un perchè e che non hanno né un fine né una fine ma si avvitano su se stesse.
     
L'idea che per risolvere un problema devi trovarne l'origine, idea di derivazione psicoanalitca freudiana, è un'idea che ci fa sprecare tempo, energia e vita in una ricerca spesso vana e dolorosa.

Cambiamo le domande che ci poniamo e vediamo cosa accade. Vediamo insieme delle domande potenti e utili che possono davvero fare la differenza e rendere qualsiasi esperienza una fonte di apprendimento, crescita e forza.

Tre domande utili e potenti per dare senso all'esperienza:
  1. Impara a cambiare punto di vista.
    ognuno di noi tende a leggere gli avvenimenti, le persone, le relazioni, il mondo da un punto di vista che solitamente è stabile e pone l'attenzione su quegli elementi che ci confermano la nostra idea di fondo. Esempio: se tendo a vedere gli altri come una minaccia, troverò in ogni situazione gli elementi che mi confermeranno i secondi fini di chi mi sta intorno.
    La domanda utile in questo caso è:
    "Se non fosse come io la vedo...In quale altro modo posso leggere questa esperienza?"

     
  2. Prendi una lezione specifica su di te da ogni esperienza.
    Mentre cerchiamo il perchè ci perdiamo una possibilità unica di apprendimento. Ogni esperienza porta con sè almeno un apprendimento fondamentale per la mia crescita ma se io mi distraggo lo perdo. Dedica un po' di tempo concentrandoti solo su di te e sul tesoro nascosto nel labirinto di questa esperienza. Evita di pensare agli altri coinvolti, ai loro pensieri, ai loro comportamenti, alle cause... trova la cosa più importante, la lezione utile e positiva per te.
    La domanda utile in questo caso è:
    "In queta esperienza c'è certamente un apprendimento utile e prezioso per me... qual'è? Cosa posso apprendere di importante per me da questa specifica esperienza?"

     
  3. Assicurati di aver appreso
    Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. E' fondamentale essere certi di non vivere un'esperienza simile, che può capitarci nel futuro, nello stesso idenditco modo. Solitamente quando un'esperienza è dolorosa tendiamo a commettere due grandi errori di apprendimento e crescita:

    Giuriamo a noi stessi di evitare situazioni simili; es. se è finita una storia di amore ci diciamo cose come "Basta non voglio più innamorarmi!", "Ho capito che non posso fidarmi più di nessuno", "l'amore non esiste". La chiusura non è mai apprendimento utile. E' una difesa momentanea dal dolore che se presa sul serio diventa una barriera pericolosa alla vita e al benessere. Evita di evitare!

    Guardiamo più agli altri che a noi; "ho capito che ci sono persone cattive", "Lui non ha capito che...", "Lei avrebbe potuto...". Come già detto focalizzare l'attenzione sul nostro apprendimento è la vera risorsa.

    La domanda utile in questo caso è:
    "Come mi comporterò precisamente la prossima volta che mi troverò in una situazione simile per difendere il mio benessere?"
     

Da ogni esperienza possiamo ricavare forza, crescita e benessere o debolezza, rabbia e chiusura... impariamo a scegliere il meglio per noi.

Antonio
 http://www.ricominciodame.it/blog/217//Dai-senso-all%27esperienza:-dall%27impotenza-alla-forza.


 

Cresciamo spontaneamente

  • Di Antonio Quaglietta



    Iniziamo il nostro percorso di Sviluppo Personale!
    Cos’è la crescita personale? 
    Me lo sono chiesto talmente tante volte. 
    Bella domanda, davvero, bella domanda. 
    Mi occupo di sviluppo personale e crescita personale da più di 10 anni e ogni volta questa domanda mi sembra sempre più interessante.

    La crescita personale è così, difficilmente definibile in termini chiari, netti ed esaustivi. 

    Vediamo perché. Crescere è in realtà qualcosa che avviene di per sé e comunque, al di là di un percorso volontario. 

    La crescita personale appare, dunque, come un processo naturale e continuo, un flusso spontaneo e incontrollabile su cui è impossibile intervenire. In realtà non è proprio così perché dobbiamo capirci sul termine “crescita”. 

    Se per crescita intendiamo una semplice modificazione personale allora sì, tutto torna, la crescita personale è un processo spontaneo continuo e incontrollabile. Ci modifichiamo continuamente è innegabile. 

    L’accezione cui solitamente si fa riferimento quando si parla di crescita personale è, però, un’altra: quella di un cambiamento o una serie di cambiamenti che seguano una direzione precisa e voluta. Questa direzione dovrebbe portare a esperienze di benessere, libertà, felicità (vedi post su sogni e obiettivi). 

    Dopo questi anni investiti in percorsi di crescita e sviluppo personale credo che la definizione che più renda la mia idea sia:

    “Crescita personale è un percorso di sviluppo di capacità, atteggiamenti, convinzioni, valori, visioni e comportamenti che producano in ogni persona sempre maggiori possibilità di scelta, senso di libertà, benessere e felicità. Tale processo implica e fortifica consapevolezza e responsabilità” 

    Non è certo una definizione esaustiva ma rende bene l’idea di ciò che in realtà non è sempre spontaneo, naturale e continuo. 
    Si cambia sempre e di continuo, è vero. Ogni esperienza ci modifica; basta porsi qualche domanda per accertarlo: 

    Sei lo stesso di 10 anni fa? 

    Di 5 anni fa? 

    Di 2 anni fa? 

    E continuando ad accorciare il periodo considerato potrei chiederti: 

    Sei esattamente lo stesso di ieri? 

    E di prima di iniziare a leggere? 

    Beh che ci crediamo o no, che ci piaccia o meno, la risposta è no! 
    Tutto cambia continuamente. 

    Molti dicono che la morte è l’unica cosa certa, in realtà sono almeno due e il cambiamento è la prima! 

    Cambiamo continuamente. 

    Crescita personale, però, significa crescere e cambiare nella propria direzione desiderata. E le parole utilizzate sono importanti e per niente casuali: 

    ➢ C’è una direzione precisa da seguire. 

    ➢ Questa direzione è desiderata: suscita in me emozioni e sentimenti positivi, mi ci vedo a percorrere quella precisa strada, ne sono attratto, sperimento benessere. 

    ➢ La direzione precisa e desiderata è mia, ovvero, frutto di una scelta libera e personale non frutto di adattamento a un’altra persona, alla mia famiglia, alla “gente”, alla cultura dominante che mi indica cosa fare. 

    Un viaggio dunque, verso mete che ci diano sempre maggiori possibilità e benessere. 

    La crescita personale, attenzione, è il percorso non la meta. È il viaggio da gustare! 

    Un processo che può solo iniziare…non finire! 

    C’è davvero la possibilità di dire “Bene. Adesso sono cresciuto! Ora la mia crescita è finita!”? 
    Francamente credo di no. 

    Iniziare e sentire di andare sono le parole chiave! 

    Come può iniziare un viaggio nel mio mondo, un percorso affascinante di crescita personale, la ricerca di un equilibrio sempre maggiore? 

    Oggi io rispondo: inizia dallo strumento più semplice ed efficace che abbiamo a nostra disposizione, le domande. Ma domande precise, perché è dalle domande che ti poni che dipendono le risposte che ti dai, le possibilità che vedi, la direzione che segui. 

    Cosa mi piace molto della mia vita? 

    Cosa precisamente voglio cambiare della mia vita? 

    Quali sensazioni che vorrei provare, oggi sento di non provare? 

    Cosa precisamente mi impedisce di sentirmi libero e felice? 

    Sono solo piccoli esempi di domande precise e potenti che ci permettono di individuare i nostri obiettivi di crescita. 

    Molto diverse da domande come: 

    sono felice? 

    Perché dovrei stare bene e non sono felice? 

    Chissà se è possibile davvero cambiare qualcosa? 

    Concentrati bene sulle sensazioni che la sola lettura di queste domande ti procura. 

    Credo che naturalmente tu colga le differenti sensazioni che producono in noi. 

    Ma l’importanza delle domande e il loro legame con le sensazioni e i risultati che otteniamo sono temi che tratteremo approfonditamente in prossimi post.
    Nelle domande fai molta attenzione alle negazioni! (vedi post su motivazione, mente inconscia e negazione)

    Splendida giornata  a te!
    A prestissimo! 

    Antonio
     http://www.ricominciodame.it/blog.php?post=37
     

L'autostima



L'autostima è fondamentale per ottenere il meglio dalla vita. Poiché il proprio livello di autostima nasce da un confronto fra sé e il mondo circostante, se il confronto è errato, errate sono le conclusioni.
L'autostima è l'idea che ognuno ha di sé.
In termini molto pratici, è il voto che ci si dà. Poiché è un concetto soggettivo, ecco che dal di fuori il giudizio dato dal singolo su sé stesso che noi percepiamo possa essere del tutto diverso da quello che oggettivamente pensiamo essere corretto.
Per esempio, un debole può avere una bassa autostima e ritenersi sempre mediocre anche quando non lo è. Viceversa un apparente può pensare che nulla gli è precluso perché in quel momento ha un notevole successo.
Quest'ultimo esempio ci fa capire come l'autostima non sia un concetto statico, ma dinamico. Come una grande azienda che normalmente è abbastanza stabile, ma può avere alti e bassi, generati da eventi che accadono in essa o fuori di essa. Ovviamente sarebbe auspicabile che l'autostima rimanesse sempre ai massimi livelli.
COME SI CREA UN'OTTIMA AUTOSTIMA
L'autostima può venire dal dentro di sé o dal fuori di sé.
L'autostima da successo
autostimaOggi purtroppo si tende a farla provenire dal fuori di sé, attraverso la chimera del successo, visto sotto le sue innumerevoli forme: ricchezza, carriera, prestigio, vittoria ecc.
Si vale se si ottiene qualcosa nel campo in cui si opera o si vive. Niente di più assurdo perché in tal modo si demanda la propria felicità a un risultato, spesso nemmeno del tutto dipendente da noi (condizioni facilitanti, fortuna ecc.). Tale risultato è sovente talmente materiale da fare a pugni con un concetto così spirituale come la felicità. Quello che si ottiene è un surrogato di autostima. La persona non sviluppa una vera forza di volontà anevrotica, ma la sua forza è orientata solo al raggiungimento dell'obiettivo, è quindi nevrotica.
Esistono per esempio molte tecniche per accrescere l'autostima, addirittura molte scuole con corsi ed esami (per esempio la PNL). In genere tutte queste discipline tendono a utilizzare un accrescimento dell'autostima per avere successo nella vita, svincolando ogni discorso etico e/o esistenziale dal miglioramento del soggetto. In realtà si tratta sempre di "convincere" il soggetto aumentandone la fiducia in sé stesso.
Questo meccanismo può portare a qualche risultato, ma se leggete la definizione di autostima ne capirete i limiti: posso avere una bassa autostima perché ho poca fiducia in me stesso, quindi "mi do un voto basso". Se alzo la fiducia aumenta anche l'autostima, ma ciò è completamente scorrelato con il mondo esterno e può provocare danni più che apportare vantaggi. Vediamo l'esempio classico.
Luigi è un commerciale con bassa autostima. Ciò lo penalizza molto nel suo lavoro. Decide perciò di iscriversi a un corso di SIG (Sei Immensamente Grande), una nuova tecnica infallibile per aumentare la sua autostima. Dopo sei mesi la fiducia in sé stesso è triplicata e sente dentro di sé un entusiasmo mai provato. Si getta con grande dedizione nel lavoro, migliorando i suoi risultati. Ottiene un aumento del 15% delle vendite (la SIG funziona!). Tutto bene? Analizziamo oggettivamente la situazione.
Luigi è così pieno della sua nuova attività che lavora il 30% più di prima, per lui non c'è che il lavoro, l'unico campo in cui sente di "valere" qualcosa.
L'unica che ci ha guadagnato da questa situazione è sicuramente l'azienda (+15% di fatturato con piccolo bonus a Luigi), ma Luigi è lo scarso di prima, una specie di "secchione" del lavoro che ottiene qualcosa in più perché è stato "programmato" a lavorare molto di più. Al primo insuccesso Luigi crolla e ritorna quello di prima.
Luigi avrebbe dovuto capire che nel lavoro (come in ogni attività dove c'è un risultato) basta dare il meglio di sé, buttare il cuore oltre il traguardo, senza avere l'ansia della vittoria. Se i risultati sono comunque scarsi, possiamo accontentarci oppure scegliere un'altra strada più facile (per esempio il ridimensionamento nel lavoro o nello studio), senza per questo sentire lo stupido peso della sconfitta. Per capire come liberarsi dall'autostima da successo occorre:
  1. capire i limiti di tale scelta;
  2. trovare una scelta migliore.
autostimaPer realizzare il primo punto occorre lavorare su 4 concetti.
1) Il tuo valore è indipendente da ciò che gli altri pensano di te.
Quando ho partecipato a Passaparola ho conosciuto quanto vuoto possa essere il mondo dello spettacolo; nel piccolo bar fuori dagli studi un sacco di ragazzine tentavano l'approccio con agenti più o meno dubbi per "andare in televisione". La loro autostima era zero, pronte a esaltarsi se qualcuno diceva loro "brave" e a deprimersi se erano scartate. La stessa cosa valeva anche per i big o presunti tali (tranne rare eccezioni). La cosa era così penosa che mi chiedevo che ci stavo a fare, buttando via le mie serate, mentre gli amici correvano nel solito parco. Morale: chi rincorre il successo e pensa di esistere solo se diventa famoso, in realtà non esiste, non brillando di luce propria. È come la luna: bellissima da lontano perché la illumina il sole, ma deserta e spettrale vista da vicino. Il punto 1) è quello che ci permette di affrontare un esame in tranquillità o di dichiararci alla persona che amiamo.
Nel primo caso è importante ciò che abbiamo fatto "prima", sentirsi con la coscienza a posto, non il voto che prenderemo. Dobbiamo vedere l'esame come un ulteriore mezzo di imparare qualcosa, non come un giudizio sulla nostra personalità.
Nel secondo caso, a prescindere dalla risposta, noi rimaniamo ciò che siamo: se la risposta è negativa, è inutile disperarsi (con la classica frase: "senza di lei/lui la mia vita non ha senso": ma allora ammazzati subito! Chi non sa vivere da solo come può pretendere che un'altra persona risolva la sua vita?), abbiamo capito che stavamo sbagliando puntando sulla persona sbagliata. Possiamo rivolgerci altrove per migliorare la nostra vita.
2) Nessuno deve ritenersi meno importante di un’altra persona.
Questo concetto è importantissimo. Ognuno di noi ha la propria dignità e non la si può perdere rimpicciolendo la propria identità di fronte a quella di un'altra persona. Si può stimare, ma non adorare o temere. Troppe persone si annullano di fronte a un superiore o presunto tale; ricchezza, nobiltà, gerarchia, successo: nulla di tutto ciò può giustificare il sentirsi in inferiorità di fronte a qualcuno, chiunque esso sia. Ci può essere rispetto, ma non sottomissione. Chi si spersonalizza in un mito spesso non stima abbastanza sé stesso. Pensiamo al fan che attende per ore il suo cantante o il suo attore preferito, pensiamo al tifoso che si spersonalizza nella squadra. Chi vince non è il tifoso, anche se con il suo tifo pensa di avere una parte nella storia di un successo sportivo. Sono i giocatori che sono ricchi e famosi: anche se la squadra vince il massimo trofeo, il tifoso resta solo un anonimo zero. Chi tifa dovrebbe farlo per amore dello sport che sta osservando, non per esaltare la propria personalità in una vittoria che erroneamente crede sua. Un esempio veramente preoccupante di mancanza di autostima è rappresentato dalle bande giovanili. Il singolo si riunisce in gruppo per sentirsi più forte, più importante, ma così facendo non si rende conto che firma la sua nullità esistenziale. In una banda solo il capo conta qualcosa: come può un individuo accettare di prendere ordini da un essere simile a lui in un regime fondamentalmente dittatoriale?
Vi sentite in soggezione di fronte a un superiore, non sapete rispondere con calma e pacatamente alle sue assurde pretese, vi sentite emozionati di fronte a un potente? Se è così, vi ritenete meno importanti di lui e la vostra autostima è carente. È incredibile come intere popolazioni accettino ancora la monarchia (un esempio di disistima di massa). Come è possibile accettare che per nascita una persona abbia più diritti di me?
3) Nessuno deve ritenersi più importante di un'altra persona.
Ovviamente non bisogna incorrere nell’errore opposto: chi si sovrastima (e pensa di essere migliore degli altri e fa di tutto perché ciò appaia) è fondamentalmente uno stupido. In antitesi alla ragazza che si crede brutta, è la donna che pensa di essere bellissima e non riesce a vedere tutti i difetti per cui gli uomini la evitano. Il concetto di autostima non ha nulla a che fare con la superba supervalutazione della propria personalità. Chi si crede importante (la classica frase: "Lei non sa chi sono io!") in realtà non ha stima di sé in quanto il più delle volte si rende ridicolo o, nel caso dei potenti o presunti tali, si rende antipatico o odioso. Nessuno può impormi un segno di stima nei suoi confronti, chiunque esso sia. Chi pensa di avere anche il più piccolo privilegio per la posizione sociale raggiunta, per il successo ottenuto, per il grado gerarchico in cui si trova ecc. non ha una vera stima di sé; infatti se ragiona in questo modo si riterrà inferiore rispetto a chi sta sopra di lui.
4) Chi deve dimostrare di valere qualcosa non vale nulla.
Un mediocre giocatore di scacchi quando perde è solito accampare scuse come cali di concentrazione, varianti sfortunate o altro, mentre quando vince si autocompiace delle sue splendide partite e se ne vanta con chiunque incontri: non considera mai nemmeno lontanamente il fatto che quel giorno era l'avversario a essere poco concentrato! Uno sportivo pratica il suo sport non perché lo ama, ma perché gli consente di emergere in un gruppo di persone, gruppo all'interno del quale ha le sue vittime che deride pesantemente ogni volta che riesce a batterle. Un adolescente sfida un coetaneo in una prova di coraggio e, se lo sfidato rifiuta (perché più furbo), lo deride dandogli del codardo.
Tre brevi esempi per mostrare come siano comuni le persone che sono sempre in competizione, perché pensano che il confronto con gli altri sia il metro per misurare il  proprio valore. Spesso queste persone non amano veramente ciò che fanno, ma lo fanno solo per emergere, per sentirsi importanti. Il più delle volte ottengono risultati superiori solo di poco alla media, ma li ingigantiscono per ingigantire la loro immagine: sono gli scarsissimi. Chi vale veramente non ha bisogno di dimostrare il proprio valore.
L'autostima da valori morali
Il lettore dovrebbe aver intuito che l'autostima deve provenire dal dentro di sé, per essere positiva e duratura. Purtroppo il passo più semplice è quello di limitarsi a considerare i valori morali come sufficienti per l'autostima del soggetto. Una persona onesta, buona, timorata di Dio ecc. può essere considerata oggettivamente una gran bella persona, ma spesso non possiede una buona autostima, anche se è immune dalle lusinghe del successo. Il motivo di ciò sta nel fatto che le sue qualità non sono esistenziali, sono piuttosto astratte e hanno punti di contatto discontinui con la realtà. In altri termini, l'essere onesti viene dimenticato o non viene impiegato per gran parte della propria giornata. A meno che il valore morale si trasformi in valore esistenziale (per esempio quando si associa a una professione amata e vissuta pienamente), non è in grado di costruire una buona autostima. È il caso di tutti coloro che fanno della spiritualità un perno della propria vita, ma sono poi incapaci di impiegarla per apprezzarsi.
C'è da dire che la crisi di valori che viene da più parti (pensiamo ai richiami della Chiesa cattolica contro il materialismo dilagante) invocata è spesso il risultato della traslazione da un'autostima basata su valori morali a quella basata sul successo.
Cosa aggiungere ai valori morali?
L'autostima da valori esistenziali
Oggi il Well-being ha trovato un fattore comune fra tutte le persone che sono felici: la presenza di oggetti d'amore. Questi diventano i valori esistenziali su cui si deve basare l'autostima del soggetto. Non sul successo, non solo sui valori morali, ma anche sui valori esistenziali, cioè sugli oggetti d'amore. Solo con questa rivoluzione è possibile costruirsi una buona autostima. Tutto qui? Sì, ma va compreso fino in fondo. Infatti:
  • moltissime persone hanno oggetti d'amore, ma finiscono per non usarli nella costruzione dell'autostima, continuando a ricercare il successo.
  • Altri non comprendono come inserire nella loro vita fattori comunque da considerare, cioè il successo e i valori morali; non comprendono che il successo, se viene, meglio è, ma non deve essere alla base della nostra felicità, il risultato è ininfluente, se si ama ciò che si fa. I valori morali servono perché alla fine facilitano la vita e ci permettono di crearci un nostro mondo dell'amore non vuoto e ci consentono di essere in pace con gli altri.
Se la nostra autostima non si basa sul fatto che noi sappiamo amare, siamo spacciati. Un uomo vale se sa amare. Senza oggetti d'amore che occupano prioritariamente il nostro cuore, c'è il buio.
Concludendo:
l'autostima che proviene dal dentro di sé si basa sui valori morali (onestà, bontà ecc.) e su quelli esistenziali (capacità di amare).
AUTOSTIMA E PERSONALITÀ
Per capire come le personalità critiche costruiscano una non buona autostima, vediamole una per una.
Svogliati - In genere sono schiavi dell'autostima da successo, cercando di utilizzare infinite scorciatoie per arrivare a quel successo la cui realizzazione attraverso strade normali sembra pesare come un macigno. Non sono in grado di costruirsi un'autostima da valori morali e/o esistenziali perché richiederebbe troppe risorse.
Irrazionali - Sono a volte convinti che il successo sia facilmente raggiungibile con vie non convenzionali. Possono però avere oggetti d'amore e/o valori morali prioritari. In genere una cattiva autostima è collegata ad altre personalità critiche presenti nel soggetto.
Inibiti - Il successo al più lo sognano, mentre valori morali e/o esistenziali sono vissuti sempre in modo incompleto.
Mistici - Classica personalità in cui l'autostima poggia sui valori morali.
Deboli - Classica personalità in cui l'autostima poggia sul successo, sul giudizio e l'approvazione altrui. Può possedere alti valori morali, ma restano soffocati dalla valutazione esterna, mentre gli oggetti d'amore sono anche vissuti intensamente, ma mai considerati con priorità massima, priorità che spetta a tutti coloro che giudicano il debole.
Fobici - La sua tendenza alla fuga lo può mettere al riparo dall'autostima da successo; in genere l'essere fobico di per sé non altera la costruzione dell'autostima che dipende da altre personalità.
Dissoluti - Possono avere un'autostima (di vario genere) anche forte se non avvertono il peso morale della loro dissolutezza.
Sopravviventi - Per definizione rinunciano al successo, hanno valori morali mediocri e in genere non hanno alti valori esistenziali. La loro autostima è come la loro vita, mediocre, al più sufficiente.
Insufficienti - Come autostima non brillano di luce propria e "copiano" quella di chi li gestisce.
Indecisi - Successo e indecisione non vanno molto d'accordo per cui o soffrono molto l'incapacità di arrivare alla vetta o scelgono spontaneamente di basare la loro autostima su valori morali e/o esistenziali.
Statici - Per definizione hanno una buona autostima da successo; in molti casi possono costruire l'autostima anche sulle altre due tipologie.
Violenti - Il più delle volte la violenza si identifica con la ricerca  "a tutti i costi" di un'autostima da successo.
Patosensibili - L'esasperata sensibilità al dolore non è direttamente correlata a una determinata forma di autostima. In genere questa deriva da altre personalità presenti nel soggetto.
Romantici - In fondo l'idea romantica è l'antenata dell'autostima da successo perché se non si realizza l'idea, c'è romanticamente il fallimento, l'inutilità di vivere. Per un romantico l'oggetto d'amore diventa più una dipendenza e come tale non viene mai messo alla base dell'autostima che dipende totalmente dalla sua conquista, più che dal suo vissuto.
Insofferenti - Poiché l'insofferente è schiavo dell'aspettativa, l'autostima da successo è quella più frequente. I valori morali e gli oggetti d'amore possono essere vissuti anche pienamente, ma non raggiungono mai la priorità del successo.
Semplicistici - In genere la costruzione dell'autostima non dipende strettamente dalle semplificazioni che il soggetto ha attuato.
Insoddisfatti - Per definizione la sua autostima è quella da successo.
Apparenti - La nascita della personalità (apparire anziché essere) è motivata proprio dall'importanza attribuita al successo.
Contemplativi - Tendono a privilegiare l'autostima da valori morali (la cultura, la civiltà ecc.), ma spesso non sono insensibili al fascino del successo.
Vecchi - Di per sé un'età psicologica avanzata non è correlabile a una determinata forma di autostima.
I COMMENTI
Risalendo la china...

Gli ultimi...Già, gli ultimi. A molti posso sembrare una persona di successo, un numero uno in parecchi campi, ma non vorrei che fosse questo il motivo principale per cui sono ammirato (invidiato, denigrato, insultato a seconda dei casi). Vorrei spiegarvi perché cercare a tutti i costi di essere i numeri uno nulla c'entra con la felicità.
Si può dire che io sia stato praticamente ultimo in tutto ciò che ho fatto, ma per questo non mi sono mai disprezzato, né depresso, né arrabbiato, né stressato. Ho cercato di risalire la china, senza mai dimenticare di essere stato a fondo valle.
Per esempio da piccolo vivevo in una casa senza riscaldamento mentre oggi potrei alzarlo oltre ogni temperatura confortevole, ma non dimentico e non apprezzo particolarmente la compagnia dei ricchi che hanno dimenticato di essere stati poveri.
Da ragazzo avevo paura un po' di tutto, ero insicuro, poi ho capito tante cose e da "bravo ragazzo" mi sono trasformato in un leader nei vari campi dove mi muovevo, ma non dimentico e ritengo ogni episodio di bullismo un crimine equiparabile a uno stupro e vorrei che ogni padre (madre) insegnasse ai propri figli a difendere chi non è ancora cresciuto abbastanza prima ancora di essere l'orgoglio dei genitori in questo o in quello.
Mi piaceva il calcio, ma rischiavo il linciaggio tante occasioni sprecavo, tanti passaggi sbagliavo, praticamente l'altra squadra giocava in dodici. In qualche anno ho capito "come si faceva" e negli anni dell'università ero gettonatissimo, ma non avevo dimenticato cosa significa esser scelto per ultimo nei campetti di periferia. Così, visto che quel mondo non cambiava le regole, lo abbandonai e passai al basket.
Beati gli ultimi...La musica non cambiò molto, mi palleggiavo sui piedi, non facevo canestro nemmeno da sotto e su passaggi normali la palla diventava improvvisamente una saponetta. Ma almeno l'ambiente era migliore, capivo solo quanto fossi scarso perché se, per caso, ma proprio per caso, segnavo un canestro, venivano giù gli spalti dagli applausi dei miei compagni. Misi un canestro in cortile e incominciai a tirare, tirare, tirare. Era rilassante tirare da tre, mentre le immagini della giornata ti scorrevano davanti e i pensieri erano in libertà. Arrivai a giocare persino in un campionato minore e, fra amici, quando segnavo un canestro impossibile, al massimo un cenno di approvazione, ormai era "normale". Ma non avevo dimenticato e se un mio passaggio metteva in difficoltà un nuovo arrivato, mi scusavo sempre, perché come diceva Mike D'Antoni "se un giovane della panchina non prende un passaggio la colpa è mia che non gli ho dato la palla in modo che riuscisse a prenderla!". I miei compagni del lunedì divennero troppo "vecchi" e non era più motivante segnare tanti punti in contropiede, così lasciai il basket.
Ero ultimo anche nella caccia. Da ragazzo, un giorno d'ottobre la vecchia segugia se ne tornò alla macchina (è tutto rigorosamente vero…) perché avevo vuotato la cartucciera cercando di abbattere per sbaglio uno dei tanti fagiani che lei aveva levato. Allora comprai un libro di un certo Churchill, uno strano vecchio signore inglese che non ti insegnava a tirare, ma ti insegnava ad amare il tiro. Se prima con una mano contavo i fagiani che avevo preso in una stagione, ora posso contare quelli che manco, ma ancora oggi, dopo tanti anni, non dimentico e quando un tiro va a prendere un fagiano che sembrava irraggiungibile, sono sempre immensamente e fanciullescamente felice come se avessi ricevuto dalla Terra un dono inaspettato.
Nella corsa poi le cose non erano migliori. Prima  della "svolta" lottavo nel gruppo degli ultimi delle gare competitive amatoriali; ricordo che in questo gruppo nella categoria degli under 40 eravamo in sei e che il massimo era arrivare primo degli ultimi; figuratevi quando arrivavo ultimo degli ultimi. Poi io e Massimo, un grande, decidemmo di  fare sul serio; per lui, naturalmente dotato, fu facile, per me un po' meno, ma, complice anche il cattivo invecchiamento di molti runner, arrivarono gli anni in cui piazzarsi fra i premiati delle varie garette locali era veramente facile. Ma non avevo dimenticato e un sacchetto di premi, a volte scaduti, non mi diceva veramente nulla, tanto che io e Massimo spesso ce ne andavamo prima della premiazione, per molti sacchettari una grande paesana fiera delle vanità.
Negli scacchi i primi tornei furono disastrosi, vincevo una partita solo se il mio avversario aveva un malore o era talmente depresso dalla classifica che dava forfait; poi a poco a poco progredii fino a diventare maestro; ma anche oggi degli scacchi non capisco ancora granché e, se vinco una partita, non penso di essere il campione del mondo, ma ringrazio l'avversario di avere fatto durante la partita sbagli più grandi dei miei.
In fondo la cosa bella è che ho sempre risalito la china senza il bisogno di farlo, senza nessuna voglia di rivincita, senza nessun intento di far pesare il mio futuro successo, ma per il gusto di scoprire e amare nuovi mondi. Anche perché, se uno la butta sul competitivo, anche quando per molti sembra essere in alto, resta sempre e comunque un mediocre, trova sempre un ambiente dove da vincitore diventa vinto. A volte è la vita stessa che ti ricorda questa realtà:
puoi anche aver preso 22 fagiani di fila, ma se un giorno sei stanco e pensi che su quella riva non ci possa essere nulla, il fagiano ti si leverà sotto i piedi e tu lo mancherai come quando avevi sedici anni; allora, invece di arrabbiarti o di essere deluso, sii felice perché hai imparato che su quella riva un fagiano ci può sempre essere.
Qual è l'insegnamento generale che si può trarre da queste considerazioni?
Prima di ambire a essere primi, occorre aver imparato ad accettare di essere ultimi.

Vinci la paura di parlare in pubblico




Vinci la paura di parlare in pubblico
Sei spaventato solo all’idea di parlare davanti agli altri? Le parole ti si bloccano di fronte a un gruppo di persone? Ecco i consigli per smettere di ammutolire.
Saper dialogare in pubblico: un’arte che si può imparare
Se la parola “discorso” ti evoca momenti di terrore vissuti in ufficio o durante le riunioni familiari, non ti preoccupare, sei in buona compagnia… La paura di parlare in pubblico  è uno dei disagi più diffusi, esprimere il proprio parere o esporre la propria idea crea in molti apprensione, imbarazzo e agitazione. Ma affrontare amici o colleghi è una capacità che tutti hanno e devono solo imparare a far emergere.
L’importante è non scappare dalle occasioni in cui puoi metterti alla prova e imparare ad accettare i tuoi limiti. Questa paura fa parte di te, rifiutarla o respingerla non farà altro che accentuarla. Quindi accogli questa emozione come parte di te senza opporti. Solo accettando quello che sei potrai liberarti dal tuo modello interno che ti fa sentire inadeguato e imparerai ad affrontare ciò che ti spaventa.
Comincia così…
Per parlare in pubblico è di grande importanza esercitarsi, perché solo l’esperienza potrà farti sentire davvero più tranquillo di fronte a qualsiasi ascoltatore. La cosa più semplice da cui iniziare è provare a colloquiare con te stesso ad alta voce immaginando di essere di fronte ad altri. All’inizio potrà sembrarti strambo o senza senso, ma questo esercizio ti abituerà a modulare il tono e a parlare in modo fluente e sicuro.
…Prosegui in questo modo
Prosegui mettendoti alla prova in situazioni semplici in cui puoi sentirti comunque a tuo agio. Questa volta parlerai di fronte a un pubblico vero anche se “facile” e ristretto: gli incontri in pizzeria con gli amici, la partita a calcetto, la riunione di classe di tuo figlio sono ottime occasioni per impratichirti e fare esperienza.
Le 6 regole per superare l’insicurezza:
Per padroneggiare la paura di parlare in ufficio o in tutte le situazioni a più alto rischio, cioè quelle in cui ti senti maggiormente in difficoltà, utilizza tutte le strategie precedenti e aggiungi questi semplici trucchi:
- Non preparare mai un discorso a memoria: corri il rischio di dimenticare qualcosa ed entrare in crisi, inoltre recitare una parte ti farà sentire ancora meno sciolto e impacciato.
- Prepara una scaletta: se fissi dei punti chiave ti risulterà molto più semplice seguire un filo logico e ne guadagnerai in semplicità e chiarezza.
- Fai una prova di fronte al tuo partner, ad un amico o chiunque sia disponibile ad ascoltarti, un ulteriore allenamento ti servirà per registrare mentalmente i punti salienti del tuo discorso.
- Trova un alleato: quando inizi a parlare focalizza lo sguardo su una persona che ti ispira fiducia e simpatia, ti aiuterà a sentirti più tranquillo.
- Inizia con una battuta di spirito: ti conquisterai la simpatia di tutti gli ascoltatori e romperai il ghiaccio.
- Dopo aver scambiato le prime battute inizia a guardare negli occhi tutti i presenti porgendo loro dei cenni di gradimento come piccoli sorrisi o un’espressione gioviale.
Il successo è assicurato!

 http://www.riza.it/psicologia/comunicazione/3725/vinci-la-paura-di-parlare-in-pubblico.html

Non reprimere l'invidia e diventerà tua alleata



Non reprimere l'invidia e diventerà tua alleata
Additata al pubblico disprezzo, è in realtà un sentimento più che naturale, una energia che spesso usiamo male ma che non dobbiamo nascondere…a noi stessi!
L' invidia è un sentimento tanto diffuso quanto soffocato dalla vergogna. A “lei” essa si associa molto spesso un’idea di cattiveria, di intenti malvagi: L’invidioso viene considerato una persona “pericolosa”, da cui guardarsi. E in effetti, se mal vissuta, può portare a compiere gesti dannosi a se stessi o agli altri. Un vero peccato perché l ’invidia, proprio come un sintomo o un disagio psichico o fisico, può trasformarsi in una preziosa bussola che ci indica la via d’uscita da un’esistenza divenuta evidentemente troppo angusta e priva di autenticità. Perciò invece di nasconderla o di farla agire maldestramente proviamo a sfruttarla e a trasformarla. Basta attuare semplici comportamenti spiegati in queste pagine, per imparare a utilizzare positivamente l’energia di questo sentimento naturale.
Se usi così la sua energia riesci a superarla
Non vergognarti di lei
Con l’ invidia il tuo cervello sta facendo una legittima richiesta di “consistenza”, di acquisizione di cose tue, anche se lo fa in modo “tortuoso”. Non c’è nulla di male nell’invidiare qualcuno: è anzi il sintomo di una mente viva che però passa troppo dall’esterno e dal confronto per trovare la sua realizzazione. Se comprendi questo non potrai nuocere a nessuno.
Non criticarla
La critica alla persona che possiede ciò che vorresti tu è una forma di difesa: allontana ciò che vorresti avere. Ma così ti tiene lontano anche dalla possibilità di acquisire dall’incontro con l’altro conoscenze ed esperienze che ti servirebbero per trasformarti e realizzarti. Inoltre ti rende antipatico riducendo il giro di amici e aumentando la frustrazione e la stessa invidia.
Ammettila (a te stesso e con gli altri)
Non c’è nulla di male e basta poco. Si tratta semplicemente di dire: “Sai, mi piacerebbe avere questa cosa che tu hai o che stai vivendo, mi manca qualcosa di simile, sento di averne bisogno anch’io». Un messaggio lineare e non maligno, che gratifica l’altra persona, non la fa sentire attaccata e la spinge a farti partecipe del suo mondo e a volte persino ad aiutarti.
Scopri cosa invidi
Devi sapere bene che cosa invidi. Magari l’hai idealizzata e in realtà non fa per te; oppure fa per te e allora puoi capire i segreti per averla e portarla nel tuo mondo, adattarla alle tue esigenze. Chiedi, parlane, non scappare. E confrontati con quella realtà: magari lì dietro c’è una grande sofferenza, un prezzo altissimo, una facciata di benessere mantenuta a fatica. O una genialità a cui attingere.
Portala fuori di te
Visualizza l' invidia provando a disegnarla su un foglio. Dedicati al disegno prendendo tutto il tempo necessario, usando la tecnica e i colori che più ti sembrano adatti a rappresentare la tua invidia. Termina solo quando sei soddisfatto e poi osserva la tua opera. Ti renderai conto che, qualunque sia il disegno, la tua invidia è qualcosa di creativo che ha bisogno di modi sani e personali per essere espresso. Sta a te trovarli.
Cosa ti insegna
Se ti scopri invidioso di qualcuno, qualsiasi sia l’oggetto dell’ invidia, puoi già sapere tre cose importanti su di te.
Ti manca qualcosa
Sfugge un aspetto importante e vitale, che non è per forza ciò invidi all’altra persona. Quasi sempre, alla radice, manca un senso di mistero, di unicità, di “cose tue”, di fare cose in modo unico e autentico.
Devi guardarti BENE
La parola invidia deriva dal latino in-video, “non guardare” l’altro, l’oggetto di invidia. Approfitta di questo invito e comincia allora a guardare te stesso.
Sei troppo passivo
Stai vivendo il tuo valore solo nel confronto con gli altri, non in modo lineare e diretto. E ciò non ti permette di conoscerti davvero.
http://www.riza.it/psicologia/tu/3716/non-reprimere-l-invidia-e-diventera-tua-alleata.html

venerdì 29 marzo 2013

AFORISMI VARI

Nel cuore dell'inverno finalmente imparai che dentro di me c'era un'invincibile estate.
Albert Camus
Nel cuore dell'inverno finalmente imparai che dentro di me c'era un'invincibile estate.
Albert Camus







La perla,se è gettata nel fango,non diventa di minor pregio,né,se viene unta con olio di balsamo,diventa di maggior pregio,ma ha sempre valore agli occhi del suo proprietario. Così è per i figli di Dio:dovunque essi siano,essi hanno sempre valore agli occhi del loro Padre.
Vangelo di Filippo
(Vangeli Gnostici)
La perla,se è gettata nel fango,non diventa di minor pregio,né,se viene unta con olio di balsamo,diventa di maggior pregio,ma ha sempre valore agli occhi del suo proprietario. Così è per i figli di Dio:dovunque essi siano,essi hanno sempre valore agli occhi del loro Padre.
Vangelo di Filippo
(Vangeli Gnostici)
 
La parola Tempio implica sacralità. Un Tempio può essere situato al di fuori di noi o anche trovare posto nella nostra interiorità, ma il presupposto della sacralità rimane invariato. Si deve però comprendere che il Tempio, da un punto di vista esoterico, non rappresenta un punto di arrivo stabile, che una volta raggiunto permane in noi. Esso deve essere continuamente da noi riproposto alla vita. In questo senso rappresenta un progetto. Come per l' Officina, non esistono confini netti fra Tempio interiore e quello esteriore. Siamo noi che facciamo la differenza, guardando dentro e guardando fuori. Si tratta sempre e comunque del Tempio della vita.
(Fonte web)
 
 
 
 
 
Il tempo
Io ti auguro tempo per rallegrarti e ridere.
Io ti auguro tempo non solo per te stesso ma anche da regalare.
Io ti auguro possa restarti tempo per stupirti e confidarti, invece del tempo legato all'orologio.
Io ti auguro tempo nuovo per sperare ed amare ancora, non ha nessun senso rimandare questi momenti.
Io ti auguro anche il tempo per perdonare e dimenticare i risentimenti.
Io ti auguro di avere tempo per vivere.
(da Zeit zu haben zum Leben di E. Miller)
 
 
 
Le belle parole di chi non mette in pratica ciò che predica
sono come fiori colorati, ma senza profumo.

Dhammapada
Le belle parole di chi non mette in pratica ciò che predica
sono come fiori colorati, ma senza profumo.

Dhammapada
Per restare insieme si deve essere semplicemente molto molto molto innamorati. 
Solo questo... 
Non vicini, non bellissimi, non giovani, non adulti, non perfetti, non colti, non uguali, non divertenti, non interessanti, non migliori: innamorati.
...e avere tanta pazienza...comprensione e dialogo <3
Per restare insieme si deve essere semplicemente molto molto molto innamorati.
Solo questo...
Non vicini, non bellissimi, non giovani, non adulti, non perfetti, non colti, non uguali, non divertenti, non interessanti, non migliori: innamorati.
...e avere tanta pazienza...comprensione e dialogo ♥
 
 
Il cuore di un bambino è un limpido mare di poesia dove si può navigare senza paura di naufragi e dove l'unico vento che soffia è quello della verità.

( M. Gentile )

Tutti sanno per esperienza che è facile innamorarsi, mentre amare veramente è bello ma difficile.
Come tutti i veri valori, l’amore non si può acquistare. Il piacere si può acquistare, l’amore no.

~ Herman Hesse

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